domenica 26 agosto 2012

UNITI PER SEMPRE


Lo spirito afflitto trova pace
solo in unione a uno spirito a lui simile.
I due convergono nell'affetto,
come uno straniero si rallegra
a vedere un altro straniero
in una terra lontana.
I cuori che si uniscono
per mezzo del dolore
non saranno separati
dalla gloria della gioia.
L'amore lavato dalle lacrime
rimane eternamente puro e bello.
(Gibran Kahlil Gibran)

sabato 25 agosto 2012

ADRIANO E ANTINOO

Scriveva Flaubert: «Cantami della sera odorosa in cui udisti / levarsi dalla barca dorata di Adriano / il riso di Antinoo e per placare la tua sete lambisti / le acque e con desiderio guardasti / il corpo perfetto del giovane dalle labbra di melograno».
Publio Elio Traiano Adriano, noto semplicemente come Adriano (latino: Publius Ælius Traianus Hadrianus; Italica 24/1/76 - Baia 10/7/138, come sapete tutti, è stato un imperatore romano che regnò dal 117 fino alla sua morte. Il suo impero fu caratterizzato da tolleranza, efficienza e splendore delle arti e della filosofia. Egli stesso studiò la cultura greca della quale era un grande appassionato.


Sulla nascita di Adriano le fonti non concordano: alcune sostengono che nacque a Roma dove il padre stava svolgendo importanti funzioni pubbliche, altre che Adriano nacque a Italica, a 7 km da Siviglia, nella Spagna Betica; la sua famiglia era originaria della città picena di Hadria, l'attuale Atri, ma si insediò ad Italica subito dopo la sua fondazione ad opera di Scipione l'Africano. Il padre, Publio Elio Adriano Afro, era imparentato con Traiano. La madre, Domizia Paolina, era originaria di Cadice. I suoi genitori morirono quando Adriano aveva solo nove anni.

Molto noto è il legame sentimentale con un giovane greco: Antinoo


Antinoo nacque in una famiglia greca abitante nella provincia romana della Bitinia, zona oggi situata nel nord-ovest della Turchia. Una versione riporta che Antinoo si unì al seguito dell'Imperatore quando Adriano passò attraverso la Bitinia, intorno all'anno 124 d.C., e divenne presto il suo giovane amante, accompagnandolo nella gran parte dei suoi viaggi all'interno dell'Impero. Un'altra versione dice che invece Adriano fece cercare per tutto l'Impero il giovane più bello che ci fosse, fu scelto Antinoo. Molti ritengono che la loro relazione abbia seguito il modello classico dell'amore omosessuale greco.


Nel 130, durante un viaggio in Egitto, Antinoo misteriosamente cadde nel Nilo e morì. Sulla sua morte furono sollevati molti dubbi ma la questione rimarrà per sempre oscura e non si può escludere che si sia trattato di suicidio o omicidio. Pare che Antinoo stesso e un sacerdote avessero messo in atto un suicidio rituale, una sorta di sacrificio agli dei per tutelare la vita di Adriano. Antinoo fu divinizzato dopo la morte dall'imperatore e venne eretta in Egitto una città intitolata al suo nome (Antinopoli) nello stesso luogo dove era annegato. La passione e la profondità dell'amore di Adriano furono mostrate in busti e statue rinvenuti ovunque in Europa, che rappresentano un ragazzo dal fascino malinconico, caratterizzato da un volto tondo con guance piene prive di qualsiasi peluria, labbra sensuali, e folta capigliatura a grosse ciocche mosse che ricoprono le orecchie.

Raffigurato in numerosissime sculture (nella veste di molte divinità, quali Dioniso ed Ermes) e su monete, è anche citato in fonti epigrafiche. Un obelisco con iscrizioni in caratteri geroglifici, a lui dedicato, fu ritrovato nel sedicesimo secolo e successivamente innalzato a Roma sul Pincio da Papa Pio VII.
Antinoo fu commemorato da Adriano anche con l'attribuzione delle stelle a sud della costellazione dell'Aquila che presero da allora il nome di Antinous.

ANIMULA VAGULA BLANDULA
(Adriano)
Piccola anima smarrita e soave
compagna e ospite del corpo
ora t’appresti a scendere in luoghi incolori,
ardui e spogli
ove non avrai più gli svaghi consueti.
Un istante ancora
guardiamo insieme le rive familiari
le cose che certamente non vedremo mai più.
Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti.

Adriano morì nella sua residenza di Baia di edema polmonare, a 62 anni come il predecessore Traiano.


Cassio Dione riporta in un brano della "Storia romana":
« Dopo la morte di Adriano gli fu eretto un enorme monumento equestre che lo rappresentava su di una quadriga. Era così grande che un uomo di alta statura avrebbe potuto camminare in un occhio dei cavalli, ma, a causa dell'altezza esagerata del basamento, i passanti avevano l'impressione che i cavalli ed Adriano fossero molto piccoli. »
In realtà non è certo che il monumento funebre sia stato iniziato dopo la morte dell'imperatore e molto probabilmente fu iniziato da Adriano nel 135 e, dopo la morte, terminato dal successore adottato ufficialmente prima di morire, Antonino Pio. La struttura fu, nei secoli, trasformata ripetutamente e oggi è uno dei monumenti più famosi della capitale: Castel Sant'Angelo, il quale è infatti anche denominato Mole Adriana. 


Sta di fatto che la morte del bellissimo amante dell'Imperatore, rimane uno dei misteri più impenetrabili della storia umana. Come dicevo, si sono fatte decine di ipotesi su questa morte e ho riportato più in alto quelle "ufficiali" narrate nelle cronache e negli scritti che sono giunti ai nostri giorni. Rimango alquanto scettico sull'effettiva valutazione dei nostri antichi cronisti. Sta di fatto che il legame fortissimo che univa i due personaggi, non era certo ben visto dalla corte e dai politici del tempo. Anzitutto bisogna anche ricordare un fatto molto importante: Adriano era regolarmente sposato anche se con un matrimonio di facciata.
Vibia Sabina, aveva appena dodici anni quando andò in sposa all'imperatore. Era figlia di Lucio Vibio Sabino e di Matidia e dunque nipote dell'imperatore Traiano che aveva adottato suo marito, facendolo diventare legittimo erede dell'Impero. La loro unione non diede frutti e fu "adombrata" dalla figura di Antinoo. Durante il viaggio nefasto in cui Antinoo perse la vita, la legittima consorte era al seguito della carovana imperiale, e quindi presente sulla scena del delitto. Difficilmente fu lei l'esecutrice dell'omicidio, un'imperatrice non si sarebbe sporcata le mani con un così terribile crimine. Però potrebbe essere stata la mandante della mano assassina. Ma in una corte imperiale le gelosie e i rancori si moltiplicano a dismisura. Potrebbe esserci stato qualcuno che temeva che Adriano riconoscesse l'amante come proprio successore al trono ed ha pensato bene di prendere le misure riparative prima che ciò accadesse. Insomma le ipotesi sono tante e tutte plausibili. Qui potete trovare un interessante indagine. 

Sta di fatto che questo omicida ottenne la glorificazione del giovane amante dell'Imperatore, che passò alla storia e al fasto dei più grandi musei del mondo, tanto da essere uno dei personaggi più raffigurati dell'umanità. Nella splendida villa imperiale alle porte di Tivoli, Villa Adriana appunto, possiamo visitare il tempio a lui dedicato dopo la morte. L'edificio, uno dei più recenti ad essere scoperti, era destinato alla perpetua memoria del giovane greco. L'imponenza della costruzione, secondo le ricostruzioni degli studiosi, ci mostrano il gusto eccellente di Adriano per l'arte e l'architettura, e ricordano eternamente il suo grande amore per questo amante perduto in giovanissima età.


venerdì 24 agosto 2012

NARCISO

La storia che andiamo a narrare è la più conosciuta della mitologia greca e sono tante le sue versioni. Noi prendiamo spunto da quanto ci narra Ovidio nelle Metamorfosi per narrare le vicende di questo giovane la cui bellezza, pari a quella di un dio, fu la causa della sua stessa rovina.
Il fanciullo di cui parliamo si chiamava Narciso ed era figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso che, innamorato della ninfa, la avvolse nelle sue onde e nelle sue correnti, possedendola. Da questa unione nacque un bambino di indescrivibile bellezza e grazia. La madre, poichè voleva conoscere il destino del proprio figlio, si recò dal vate Tiresia per conoscere il suo futuro.
Tiresia dopo aver ascoltato le richieste di Liriope le disse in tono greve che suo figlio avrebbe avuto una lunga vita se non avesse mai conosciuto se stesso. Liriope, che non comprese la profezia dell'indovino, andò via e con il passare degli anni dimenticò quanto gli era stato profetizzato.
Gli anni passarono veloci e Narciso cresceva forte e di una bellezza tanto dolce e raffinata che tutte le persone che lo rimiravano, fossero esse uomini o donne, si innamoravano di lui anche se Narciso rifuggiva ogni attenzione amorosa.
Si racconta della sua insensibilità e vanità tanto che un giorno regalò una spada ad Aminio, un suo acceso spasimante, perchè si suicidasse ed Aminio tanto era grande il suo amore per Narciso, si trafisse il cuore sulla soglia della sua casa.
La sorte volle che la storia di Narciso si incrociasse con quella della ninfa Eco, incontro nefasto che fu la rovina di entrambi i giovani.
Si narra che la sposa di Zeus, Era, la cui gelosia era nota a tutti gli dei e a tutti i mortali, era sempre alla ricerca dei tradimenti del marito e sfortuna volle che un giorno si rese conto che la compagnia e le continue chiacchiere della ninfa Eco, altro non erano che un modo per tenerla a bada e distrarla per favorire gli amori di Zeus dando il tempo alle sue concubine di mettersi in salvo. Grande fu la sua rabbia quando apprese la verità e la sua ira si manifestò in tutta la sua potenza: rese Eco destinata a ripetere per sempre solo le ultime parole dei discorsi che le si rivolgevano.
Racconta Luciano (Epigrammi "A una statua di Eco")
"Questa è l'Eco petrosa amica di Pane,
Che rimanda, ripete le parole,
E ti risponde in tutte le lingue umane;
E più scherzare coi pastori suole.
Dille qualunque cosa, odila e poi
Vanne pei fatti tuoi.
"
Un giorno mentre Narciso era intento a vagare nei boschi e a tendere reti tra gli alberi per catturare i cervi, lo vide la bella Eco che, non potendo rivolgergli la parola, si limitò a rimirare la sua bellezza, estasiata da tanta grazia. Per diverso tempo lo seguì da lontano senza farsi scorgere e Narciso, intento a rincorrere i cervi, nè si accorse di lei nè si accorse che si era allontanato dai compagni ed aveva smarrito il sentiero. Iniziò Narciso a chiamare a gran voce, chiedendo aiuto non sapendo dove andare. A quel punto Eco decise di mostrarsi a Narciso rispondendo al suo richiamo di aiuto e si presentò protendendo verso di lui le sue braccia offrendosi teneramente come un dono d'amore e con il cuore traboccante di teneri pensieri.
Ma ancora una volta la reazione di Narciso fu spietata: alla vista di questa ninfa che si offriva a lui, fuggi inorridito tanto che la povera Eco avvilita e vergognandosi, scappò via dolente. Si nascose nel folto del bosco e cominciò a vivere in solitudine con un solo pensiero nella mente: la sua passione per Narciso e questo pensiero era ogni giorno sempre più struggente che si dimenticò anche di vivere ed il suo corpo deperì rapidamente fino a scomparire e a lasciare di lei solo la voce.
Da allora la sua presenza si manifesta solo sotto forma di voce, la voce di Eco, che continua a ripetere le ultime parole che se sono state rivolte.
Gli dei vollero allora punire Narciso per la sua freddezza ed insensibilità e mandarono Nemesi, dea della vendetta, che fece si che mentre si trovava presso una fonte e si chinava per bere un sorso d'acqua, nel vedere la sua immagine riflessa immediatamente il suo cuore iniziò a palpitare e a struggersi d'amore per quel volto così bello, tenero e sorridente.
Racconta Ovidio (Metamorfosi III, 420 e segg.):
"Contempla gli occhi che sembrano stelle, contempla le chiome degne di Bacco e di Apollo, e le guance levigate, le labbra scarlatte, il collo d'avorio, il candore del volto soffuso di rossore ... Oh quanti inutili baci diede alla fonte ingannatrice! ... Ignorava cosa fosse quel che vedeva, ma ardeva per quell'immagine ..."
Non consapevole che aveva di fronte se stesso, ammirava quell'immagine e mandava baci e tenere carezze ed immergeva le braccia nell'acqua per sfiorare quel soave volto ma l'immagine scompariva non appena la toccava.
Rimase a lungo Narciso presso la fonte cercando di afferrare quel riflesso senza accorgersi che i giorni scorrevano inesorabili, dimenticandosi di mangiare e di bere sostenuto solo dal pensiero che quel malefico sortilegio che faceva si che quell'immagine gli sfuggisse, sparisse per sempre(4).
Narra Ovidio (Metamorfosi III 420 e segg.):
"Languì a lungo d'amore non toccando più cibo nè bevanda. A poco a poco la passione lo consumò, e un giorno vicino alla fonte ... reclinò sull'erba la testa sfinita, e la morte chiuse i suoi occhi che furono folli d'amore per sé. ... Piansero le Driadi, ed Eco rispose alle grida dolenti. Già avevano preparato il rogo, le fiaccole, la bara, ma il suo corpo non c'era più: trovarono dove prima giaceva, un fiore dal cuore di croco recinto di candide foglie".
Alla fine morì Narciso, presso la fonte che gli aveva regalato l'amore anelando un abbraccio dalla sua stessa immagine.
E gli antichi narrano ancora che a Narciso non fu di lezione passare ad un'altra vita in quanto, mentre attraversava lo Stige, il fiume dei morti per entrare nell'Oltretomba, continuava a cercare il suo amato, riflesso nelle acque del nero fiume.
Quando le Naiadi e le Driadi andarono a prendere il suo corpo per collocarlo sulla pira funebre si narra che al suo posto fu trovato uno splendido fiore bianco che da lui prese il nome di Narciso.
In qualunque modo sia morto Narciso è certo che questo mito è arrivato sino a giorni nostri. Pittori, musicisti, scrittori, psicologi, continuano a trarre ispirazione dalla storia di questo giovane. Era superbo? Era egocentrico? Era egoista? Era ingenuo? Ognuno ne dia l'interpretazione che ritiene più consona anche se è certo che in fondo il giovane Narciso cercava solo una cosa: l'amore, come ogni creatura che popola questa terra.

mercoledì 22 agosto 2012

UN POEMA


L'amico mio è bianco e vermiglio,
e si distingue fra diecimila.
Il suo capo è oro finissimo,
le sue chiome sono crespe,
nere come il corvo.
I suoi occhi paiono colombe in riva a ruscelli,
che si lavano nel latte,
montati nei castoni di un anello.
Le sue gote sono come un'aia d'aromi,
come aiuole di fiori odorosi;
le sue labbra sono gigli,
e stillano mirra liquida.
Le sue mani sono anelli d'oro,
incastonati di berilli;
il suo corpo è d'avorio lucente,
coperto di zaffiri.
Le sue gambe sono colonne di marmo,
fondate su basi d'oro puro.
Il suo aspetto è come il Libano,
superbo come i cedri.
Il suo palato è tutto dolcezza,
tutta la sua persona è un incanto.
Tal è l'amore mio, tal è l'amico mio.

(Cantico dei Cantici)

lunedì 20 agosto 2012

Da Repubblica:


Mazara, il vescovo "griffato" con i paramenti di Armani

Monsignor Domenico Mogavero indosserà gli abiti disegnati dallo stilista, cittadino adottivo di Pantelleria, per la nuova chiesa dell'isola. La messa in diretta domenica su Raiuno

Sono stati disegnati da Giorgio Armani, proprio per la nuova chiesa madre di Pantelleria, i paramenti che saranno indossati domenica dal vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, per celebrare la messa. La funzione sarà trasmessa in diretta, con inizio alle 10,45, su Raiuno.


E poi ce l'hanno tanto con i froci...


venerdì 22 giugno 2012

L'AMORE NASCOSTO DI GIUDA

Testo di Mark Adin

Yehùda era ladro. Soprattutto era ladro d’amore. Nascondeva la sua natura. Era soggiogato dallo splendore di Yeshùa, dal suo camminare, dal suo magnetizzare le genti, dai suoi lunghi capelli.
I capelli di Yeshùa erano stati massaggiati anche da Maryam, che li aveva unti con un balsamo e accarezzati a lungo, e questo lo aveva fatto impazzire di gelosia.

Quelle donne, quelle donne che gli giravano intorno gli parevano tutte uguali, si chiamavano tutte Maryam.

Yehùda, nonostante avesse fama di ladro, era cassiere dei denari comuni, che tutti schifavano perché preferivano il rapimento delle parole di Yeshùa. Non ne rubava e non ne avrebbe rubato, lui rubava soltanto l’amore.

Gli occhi di Yehùda erano solo per Yeshùa. Un turbamento lo scuoteva ogni volta che ne riceveva uno sguardo. Perché Yeshùa sapeva, gli leggeva nel cuore, e gli sorrideva, finendo per sconvolgere Yehùda ancora di più.

La sua luce lo confondeva. Seguiva le sue labbra, piene e carnose, che parlavano ai cuori, penetrando nell’animo. Tutti adoravano Yeshùa, Yehùda lo amava.

Yehuda era diverso dagli altri, seguiva il suo istinto, non capiva: “sentiva”. Portava con sé l’urna ricolma di soldi, pesante, come un facchino, con fatica. Forse era solo per questo che gli altri lo tenevano con sé, come bestia da soma.

Una sera aveva preso posto alla mensa, come tutti, e Yeshùa gli si sedette vicino, affondò un pezzo di pane nel piatto che, come suo solito, Yehùda sembrava abbracciare, quasi a proteggerlo, come fanno i cani che mangiano guardinghi e vigilanti.

Ma Yeshùa penetrò nel cerchio delle sue braccia e affondò il pane, dolcemente, a fondo, nel suo miserabile piatto.
Yehùda fremette, lo percorse una vampa di caldo, ma Yeshùa gli si rivolse con voce chiara, perché tutti sentissero: “Stasera mi tradirai”.

Yehùda non capì, paralizzato dall’imbarazzo provò un dolore infinito. Abbassò il capo e si alzò.

Prese per la strada di Yerushalayim, e si fermò alla taverna. Bevve del vino, molto vino, e si appartò con un soldato di Kaiafa. Dopo essersi miseramente accoppiato, pianse e si disperò. Il soldato gliene chiese  il motivo e Yehùda si confidò.

Gli disse del suo amore non ricambiato e nascosto per il suo Yeshùa dai lunghi capelli corvini. Il soldato ascoltò e vide in questa confessione l’occasione per fare qualche soldo, lo accompagnò a forza dal suo comandante, che lo interrogò duramente.

Vistosi perduto, Yehùda parlò, accettando suo malgrado la taglia di trenta denari che Kaiafa pagava per la cattura del ricercato, il terrorista Yeshùa dai capelli che sanno di nardo, sobillatore di genti, e lo costrinse a condurlo da lui.
Yehùda capì solo allora di avere venduto il suo amore, cercò di sviare la guarnigione, ma alla fine li condusse alla macchia, nel luogo chiamato Getsemani, dove Yeshùa sembrava aspettarli.

Yehùda chiese solo una cosa al comandante dei soldati: di poter salutare Yeshùa dai lunghi capelli. Il comandante pretese in cambio i danari, e Yehùda fu sollevato nel restituirglieli tutti. Il loro peso era ormai insopportabile.

Gli si avvicinò, Yeshùa capì e lo accolse tra le braccia, con tenerezza, e lo strinse a sé. Premette le labbra su quelle di Yehùda e gli diede un bacio sapido e fresco, che sapeva di nardo.

Fu l’unico bacio che Yehùda, in vita sua, non dovette rubare. Il capo manipolo diede un ordine e lo portarono via, lasciando Yehùda, il ladro, nella disperazione di non più rivederlo.
Il dolore gli fu insostenibile e non volle più vivere. Compì il suo destino.

Post Scriptum: Non cercate la tristezza in questa narrazione, ma la gioia di veder realizzato un amore.