venerdì 7 giugno 2013

PREPARARSI AD ESSERE CRISTIANO OMOSESSUALE


Testimonianza di Brent Bailey* tratta dal sito Patheos (Stati Uniti), del 10 maggio 2013, liberamente tradotta da una volontaria di Progetto Gionata.

Ricordo la prima volta che ho cominciato a chiedermi se la comunità cristiana fosse un posto in cui avrei mai potuto sentirmi a casa. Sarebbe impreciso chiamarla crisi di fede; ero sicuro che Dio mi amasse, che l’amore di Dio fosse importante, ed ero sicuro di ricambiarlo– nessuna di queste convinzioni era in discussione.
Quello che era in discussione era se io fossi capace di mantenere qualche tipo di relazione importante con Dio in una subcultura di persone le cui esperienze e i cui bisogni erano così diversi dai miei.
È successo durante una stagione di intensa ricerca e di domande nella mia vita. Il campus ministry a cui stavo partecipando – un gruppo per il quale sentivo e sento tenerezza e affetto- ha organizzato un evento in chiesa con una discussione sincera e aperta sull’uscire insieme e le relazioni, soddisfacendo la richiesta di tantissimi studenti che avevano questi argomenti in mente.
Mentre la discussione procedeva, sono diventato sempre più consapevole di quanto poco l’intero evento fosse valido per la mia situazione. Non era necessariamente dovuto a causa di una svista da parte del team organizzatore (considerando che avevo aiutato a progettarlo); era semplicemente la realtà inevitabile del mio status di minoranza di studente gay (che non aveva ancora fatto il coming out, allora) in mezzo a un corpo di studenti in gran parte etero.

A quel punto dello sviluppo della mia identità sessuale, non sapevo dove sarei arrivato: avevo qualche difficoltà teologica a immaginarmi in una relazione con un uomo, ma ero anche consapevole del fatto che una relazione con una donna sarebbe stata complicata e notevolmente diversa dalla maggioranza delle relazioni eterosessuali. In ogni caso lottavo per capire l’importanza di un seminario sui dettagli del dating nella scena eterosessuale per la mia relazione con Dio.

Quella sera non ho avuto fretta di prendere immediatamente le distanze da tutto quello che era religioso e apertamente cristiano, ma l’evento mi ha in qualche modo dato la capacità di cominciare a notare come il mondo cristiano in cui mi ero sempre sentito a mio agio sembrasse disegnato con cura per un tipo di persona che non ero io.
La maggior parte dei miei amici sembrava supporre senza problemi che avrebbe sposato un partner per la vita negli anni seguenti. (Io non sapevo chi avrei voluto sposare o chi Dio mi avrebbe permesso di sposare o se mi sarei mai sposato).

I ministeri pensati per l’uno o l’altro genere spesso dipendevano dagli stereotipi culturali di donne e uomini per i loro modelli di ruolo e i loro progetti. (Io stavo ancora lottando con tutte le mie forze per capire chi fossi e quali aspetti della mia personalità, sia tradizionalmente maschili che femminili, rivelassero meglio Cristo).
Pochissime persone intorno a me sembravano avere pensato a quanto una persona che fosse attratta esclusivamente da persone dello stesso sesso potesse essere adatta al Regno di Dio. (La mia capacità di appartenenza si basava proprio su quella domanda).
Fin da quando ero molto giovane avevo aderito molto facilmente a quel mondo cristiano, ma improvvisamente mi sentivo come un pesce fuor d’acqua, incapace di sentire e pensare come avrei dovuto. Non sono mai stato uno che scombussola lo status quo, ma la diversità dell’esperienza che portavo sembrava rendere la rottura inevitabile.

Prima che venissi a patti con la mia sessualità e che cominciassi a fare il coming out con gli amici e la famiglia ho letto la Prima lettera ai Corinzi 12 con un sorriso un po’ compiaciuto. Si tratta del capitolo in cui Paolo descrive l’immagine di un corpo in guerra con se stesso: alcune parti cercano di eliminare le altre e alcune delle parti cercano di eliminare se stesse, e nessuna di esse sembra capire che ognuna ha una funzione essenziale.
Il concetto di lotta interna a una comunità ecclesiastica basata su diversi doni spirituali mi appariva senza senso perché sapevo di avere un ruolo e immaginavo che ciascun altro funzionasse sentendosi altrettanto a suo agio. Era uno dei lussi del trovarsi in un posto privilegiato, penso, credere che ognuno si sentisse sicuro quanto me. Ma nella serata del campus ministry sulle relazioni – la sera in cui l’omosessualità mi è sembrata molto molto diversa dall’eterosessualità, e così diversa da loro – mi sono improvvisamente identificato con 1 Corinzi 12:15-7.
Ero un orecchio solo che guardava un corpo composto solamente da occhi, e il senso dell’udito che offrivo sembrava irritante e rumoroso. Quello non era più il mio mondo.
Se conoscete un po’ la Prima lettera ai Corinzi – o se sapete qualcosa sull’anatomia umana di base- sapete che il corpo non è composto tutto di occhi. Paolo è d’accordo: “infatti Dio ha posto le parti del corpo, ciascuna come ha voluto, ma se tutte le membra fossero un solo membro, dove sarebbe il corpo? Ci sono invece molte membra, ma vi è un solo corpo.” (1 Corinzi 12, 18-20).
Se mi adattavo comodamente alla maggioranza, la diversità del corpo era inefficiente e pericolosa; se il mio status era invece parte della minoranza cominciavo a riconoscere la grande saggezza e bellezza del disegno di Dio nel formare una comunità partendo dall’eterogeneità, il modo in cui il tutto è molto più grande della somma dei diversi tipi che lo compongono.

Tutte le metafore hanno cominciato ad avere senso per me: come la magnificenza di una sinfonia è il risultato delle interazioni di tutti i suoi diversi strumenti, come un buon pasto richiede varietà di ingredienti, come i quadri più stravaganti utilizzano tutti i colori dello spettro. La diversità dell’esperienza che portavo alla chiesa non era un peso o un’afflizione; era un contributo assolutamente essenziale al corpo attraverso il quale “la multiforme sapienza di Dio si deve manifestare” (Efesini 3,10).
Non spetta alla chiesa far posto ai membri LGBT; le spetta riconoscere il posto che Dio ha già riservato ai membri LGBT (proprio come Dio ha fatto spazio a tutti gli altri) e poi essere felice della diversità di persone attraverso la quale Dio si è rivelato a noi.

Nello stesso tempo stavo scoprendo quanto fossi prezioso (come ogni individuo) per la chiesa, stavo scoprendo quanto la chiesa fosse preziosa per me, come non potessi sperare di conoscere o adorare Dio pienamente senza impegnarmi in un corpo di credenti. Il mio desiderio “di offrire il mio corpo come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” e non conformarmi più “al modello di questo mondo, ma essere trasformato dal rinnovamento della [mia] mente” richiedeva il supporto e l’inculturazione di altri che riconoscessero il Regno di Dio (Romani 12,1-2).
La mia esperienza è diversa da quella di molte delle persone che incontro in chiesa, ciò significa abbiamo molto da insegnare l’uno all’altro e da scoprire l’uno nell’altro. La prospettiva dell’orecchio solitario che cerca di scoprire Dio sarà sempre limitata e incompleta come la prospettiva di una chiesa solo-occhio che cerca di scoprire Dio.

(Non voglio ignorare che molte chiese rappresentano ambienti tossici per gli individui LGBT; nonostante creda che ogni credente abbia bisogno di crescere in una comunità di fede, sono consapevole del fatto che alcune persone, per mantenere la propria salute mentale e spirituale, hanno il legittimo bisogno di abbandonare determinate chiese in favore di altre).
Questo viaggio mi ha portato a investire profondamente nella formazione di comunità cristiane che siano corpi che tengono molto ai loro membri LGBT. Sono pienamente convinto di avere un posto, e sono pienamente convinto che altri come me ce l’abbiano, e non credo che ci si possa avvicinare in nessun modo alla comprensione di Dio se tutti noi (sì, anch’io) non impariamo a vivere in comunità con persone diverse da noi.
Ovviamente si tratta di un lavoro duro, ma le migliori sinfonie, i migliori piatti e i migliori quadri raramente si sviluppano senza un’accurata, tediosa, ardua fatica.

Il risultato finale del lavoro potrebbero essere comunità ecclesiali che, nelle ricche interazioni delle loro diverse parti, dimostrino un’espressione della natura di Dio più completa di quanto abbiamo mai visto, un obiettivo che vale sicuramente la pena di perseguire.


* Il post che segue è stato scritto da Brent Bailey, che attualmente vive a Chicago come tirocinante alla Marin Foundation. Sta lavorando al suo Master of Divinity alla Abilene Christian University e pubblica regolarmente sul blog oddmanout.net. Brent ha scritto questo pezzo in cui condivide una piccola parte della sua storia, accennando al motivo per cui ha deciso di impegnarsi nella costruzione di ponti tra la comunità LGBT e quella cristiana.



Testo originale: Walking Away

giovedì 6 giugno 2013

GNOCCHI ALLA CASALINGA

Per la ricetta di questa settimana, ho pensato ade una carrellata di gnocchi alle prese con le faccende domestiche. Casa dolce casa!!!

mercoledì 5 giugno 2013

VERTIGINI!




Il cantiere era deserto alle cinque del pomeriggio. La maggior parte dei manovali e degli operai se n’era già andata a casa. Paolo, architetto quasi quarantenne, stava facendo gli ultimi accertamenti della giornata. Era un uomo piacevole nell’aspetto, atletico, elegante anche con l’elmetto di protezione. Cominciava ad avere una leggera brizzolatura tra i capelli e nella barba, che portava corta e che incorniciava un viso maschio con dei profondi occhi azzurri.

In quel momento stava verificando le nuove gettate di cemento che erano state fatte durante la giornata, finalmente avevano raggiunto l’ultimo piano dell’edificio e la settimana successiva avrebbero iniziato i lavori di perfezionamento; i ragazzi avevano fatto un buon lavoro. Si voltò verso il capo cantiere, sorridendo: “Bene, Claudio, vedo che la squadra ha fatto le cose per bene!” si complimentò con lui.

L’operaio sorrise soddisfatto, mostrando una dentatura bianchissima e perfetta. Era un uomo robusto, moro e muscoloso, con due penetranti occhi castani e una fiera barba scura. Paolo si domandò cosa si provasse a passare la lingua su quei denti candidi e su quelle labbra carnose.

Sviò lo sguardo altrove ma sentì immediatamente che i pantaloni cominciavano a diventare stretti.

“Ho seguito personalmente i lavori” rispose il caposquadra “Il gruppo dei ragazzi è un team di gente veramente volenterosa e capace”.

Aveva le braccia incrociate sul petto, in una posa che evidenziava i grossi bicipiti e le braccia forti sotto la camicia scozzese.

Paolo fece qualche passo, allontanandosi dal suo subalterno per controllare le colonne portanti centrali.

“Vorrà dire che confermeremo tutti quanti per l’appalto che dovremo cominciare il prossimo mese. Hanno fatto un buon lavoro e si meritano la nostra riconoscenza.” affermò l’architetto. “Ma non dire nulla. Voglio comunicarglielo io personalmente”.

Si spostò verso le balconate con circospezione. Paolo soffriva di vertigini ed evitava di avvicinarsi troppo alle parti esposte sul vuoto. Si appoggiò al muro esterno, lanciando un’occhiata ai pavimenti dei balconi.

Paolo si avvicinò al suo principale, era a conoscenza di questo suo piccolo difetto.

Sentendo i passi alle sue spalle, Paolo si girò di scatto inciampando in una trave e perdendo per un attimo la stabilità. Claudio lo afferrò saldamente per un braccio riportandolo in equilibrio.

“Stupida trave!” esclamò arrabbiato l’architetto e lanciò un calcio contro l’asse di legno.

Una scarica di dolore gli arrivò al cervello, le dita dei piedi protestarono improvvisamente.

Paolo lanciò un urlo strozzato saltellando sul piede sano.

“Accidenti che male!”

“Aspetti, vado a prenderle una sedia” si offrì Claudio.

“Non ti muovere da qui!” gli ordinò l’altro quasi urlando. Erano pericolosamente vicini ai balconi e l’architetto cominciò a sentire gli effetti delle vertigini. Con la complicità della scarica di dolore arrivatagli dal piede, la testa gli cominciò a girare. Alzò istintivamente le braccia e si attaccò saldamente al corpo del capo cantiere. L’uomo lo sostenne circondandolo con le grandi braccia.

Paolo chiuse gli occhi cercando di riprendere il controllo della situazione. Sentiva il grande torso e i pettorali muscolosi dell’uomo premere contro il suo corpo. Un leggero profumo di colonia maschile investì il suo cervello.

Claudio non lasciò andare la presa: “Tutto bene, capo?”

“Aspetta, ora mi passa…” rispose Paolo. Le sue braccia si alzarono verso i fianchi dell’operaio e istintivamente appoggiò la testa contro la sua spalla, mantenendo gli occhi chiusi e inspirando profondamente.

Claudio lo teneva tra le braccia, cullandolo come fosse un bambino spaventato.

Paolo continuò ad inspirare ed espirare per riprendere il comando del proprio corpo. Stava cominciando ad andare meglio. Cominciava già a riprendere le forze. Rimase con gli occhi chiusi, la testa appoggiata sulla forte spalla di Claudio. Le sue braccia che lo abbracciavano, il profumo della colonia. Voleva memorizzare queste sensazioni.

Claudio era in estasi, stava stringendo Paolo tra le sue braccia, come aveva sempre segretamente voluto fare. Sentiva il corpo del suo architetto aderire al suo, dove centinaia di volte aveva sognato che fosse, le sue mani sui suoi fianchi irradiavano un calore gradevolissimo.

Iniziò immediatamente a venirgli duro.

Paolo se ne accorse e spalancò gli occhi, alzò la testa e guardò in faccia il suo collaboratore.

Claudio era rosso per l’imbarazzo, capì che l’architetto aveva notato la sua erezione. Si sciolse immediatamente dall’abbraccio e guardò verso il soffitto.

“Cosa ti avevo detto di fare, Claudio?” gli chiese con cortesia.

Paolo lo guardò confuso.

“Ti avevo chiesto di non muo-ver-ti” e gli sorrise.

Paolo fece mente locale e riordinò le idee. Finalmente capì.

Con titubanza alzò le braccia e circondò nuovamente il corpo dell’architetto.

“Bravo ragazzone, così va molto meglio!” esclamò Paolo guardandolo negli occhi ed avvicinando i suoi fianchi a quelli del capocantiere.

Claudio sentì il rigonfiamento nei pantaloni del suo capo. Lo guardò negli occhi, gli sorrise mostrando la chiostra di denti perfetti, poi accostò le labbra a quelle dell’architetto che le accolse con generosità, aprendole ed accogliendo la sua lingua desiderosa.

Quando le loro bocche si staccarono, Paolo mormorò senza fiato: “Benedette vertigini!!!”, e affondò nuovamente le labbra tra quelle così morbide di Claudio.

martedì 4 giugno 2013

IL BAMBINO E LE STELLE MARINE


Una tempesta terribile si abbattè sul mare.
Lame affilate di vento gelido trafiggevano l’acqua e la sollevavano in ondate gigantesche che si abbattevano sulla spiaggia come colpi di maglio o come vomeri d’acciaio. Aravano il fondo marino scaraventando le piccole bestiole del fondo, i crostacei e i piccoli molluschi, a decine di metri dal bordo del mare.
Quando la tempesta passò, rapida come era arrivata, l’acqua si placò e si ritirò. Ora la spiaggia era una distesa di fango in cui si contorcevano nell’agonia migliaia e migliaia di stelle marine. Erano tante che la spiaggia sembrava colorata di rosa.
Il fenomeno richiamò molta gente da tutte le parti della costa. Arrivarono anche troupe televisive per filmare lo strano fenomeno. Le stelle marine erano quasi immobili. Stavano morendo.
Tra la gente, tenuto per mano dal papà, c’era anche un bambino che fissava con gli occhi pieni di tristezza le piccole stelle di mare. Tutti stavano a guardare e nessuno faceva niente.
All’improvviso il bambino lasciò la mano del papà, si tolse le scarpe e le calze e corse sulla spiaggia. Si chinò, raccolse con le piccole mani tre piccole stelle del mare e, sempre correndo, le portò nell’acqua. Poi tornò indietro e ripetè l’operazione.
Dalla balaustra di cemento, un uomo lo chiamò: “Ma che fai ragazzino?”
“Ributto in mare le stelle marine. Altrimenti muoiono tutte sulla spiaggia” – rispose il bambino senza smettere di correre.
“Ma ci sono migliaia di stelle marine su questa spiaggia: non puoi certo salvarle tutte. Sono troppe!” – gridò l’uomo. “E questo succede su centinaia di altre spiagge lungo la costa! Non puoi cambiare le cose!”
Il bambino sorrise, si chinò a raccogliere un’altra stella di mare e gettandola in acqua rispose: “Ho cambiato le cose per questa qui”.
L’uomo rimase un attimo in silenzio, poi si chinò, si tolse scarpe e calze e scese in spiaggia. Cominciò a raccogliere stelle marine e a buttarle in acqua. Un istante dopo scesero due ragazze ed erano in quattro a buttare stelle marine nell’acqua. Qualche minuto dopo erano in cinquanta, poi cento, duecento, migliaia di persone che buttavano stelle di mare nell’acqua.

Per cambiare il mondo basterebbe che qualcuno, anche piccolo, avesse il coraggio di incominciare.

lunedì 3 giugno 2013

INSIEME


Insieme, scriviamo il libro della vita, con i nostri incontri sempre determinati dal destino e le nostre mani unite nella convinzione di poter fare la differenza in questo mondo. Ognuno di noi collabora con una parola, una frase, un'immagine, ma alla fine tutto ha un senso: la felicità di uno è la gioia dell'altro...

Paulo Coelho

domenica 2 giugno 2013

EUCARISTIA

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO C)


In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. (Lc. 9 11-17)



Onoriamo e adoriamo oggi il “Corpo del Signore”, spezzato e donato per la salvezza di tutti gli uomini, fatto cibo per sostenere la nostra “vita nello Spirito”. Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci per nutrire la folla che lo seguiva: il cibo fisico agisce in me anche quando non ci penso, anche quando dormo si trasforma in carne, sangue, energie vitali. Il cibo spirituale è diverso: è efficace se io collaboro con Cristo, che vuole trasformare la mia vita nella sua.
L’Eucaristia è la festa della fede, stimola e rafforza la fede. I nostri rapporti con Dio sono avvolti nel mistero: ci vuole un gran coraggio e una grande fede per dire: “Qui c’è il Signore!”. Se guardo a me stesso, mi trovo sempre piccolo, imperfetto, peccatore, pieno di limiti. Eppure Dio mi ama, come ama tutti gli uomini, fino a farsi nostro cibo e bevanda per comunicarci la sua vita divina, farci vivere la sua vita di amore.
L’Eucaristia non è credibile se rimane un rito, il ricordo di un fatto successo duemila anni fa. È invece una “scuola di vita”, una proposta di amore che coinvolge tutta la mia vita: deve rendermi disponibile ad amare il prossimo, fino a dare la mia vita per gli altri. Secondo l’esempio che Gesù ci ha lasciato.