lunedì 7 ottobre 2013

IL VERO AMORE NON LASCIA TRACCE



Come la bruma non lascia sfregi
Sul verde cupo della collina
Così il mio corpo non lascia sfregi
Su di te e non lo farà mai

Oltre le finestre nel buio
I bambini vengono, i bambini vanno
Come frecce senza bersaglio
Come manette fatte di neve

Il vero amore non lascia tracce
Se tu e io siamo una cosa sola
Si perde nei nostri abbracci
Come stelle contro il sole
Come una foglia cadente può restare
Un momento nell'aria
Così come la tua testa sul mio petto
Così la mia mano sui tuoi capelli

E molte notti resistono
Senza una luna, senza una stella
Così resisteremo noi
Quando uno dei due sarà via, lontano

- Leonard Cohen -

domenica 6 ottobre 2013

SERVI INUTILI

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)


In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
(Lc. 17,5-10)

È un male molto diffuso tra i credenti quello di considerare la fede come un atteggiamento puramente intellettuale, come la semplice accettazione di alcune verità. Cioè una fede che si traduce in una presa di posizione teorica, senza una vera incidenza sulla vita. Questo squilibrio ha come conseguenza lo scandalo della croce: l’esitazione davanti alle difficoltà che incontriamo ogni giorno e che sono sovente insormontabili se noi non siamo abbastanza radicati in Dio. Allora ci rivoltiamo con la stessa reazione insolente e insultante che scopriamo nelle parole del libro di Abacuc.
Le due brevi parabole del testo evangelico ricordano due proprietà della fede: l’intensità e la gratuità. Per mettere in rilievo il valore di una fede minima, ma solida, Cristo insiste sugli effetti che può produrre: cambiare di posto anche all’albero più profondamente radicato. Per insistere sulla fede come dono di Dio, porta l’esempio del servitore che pone il servizio del suo amore prima di provvedere ai suoi propri bisogni. È l’esigenza del servizio del Vangelo che ci ricorda san Paolo (1Tm 1,1), ma questo stesso apostolo ci avverte che “i lavori penosi” trovano sempre l’appoggio della grazia di Dio.

venerdì 4 ottobre 2013

SAN FRANCESCO E L'ACCOGLIENZA DELL'ALTRO




Riflessioni del 4 ottobre 2009 di Philip Lowe Junior tratte dal blog thewildreed (Stati Uniti), liberamente tradotte da una volontaria di Gionata.

San Francesco d'Assisi, la cui festa si celebra il 4 ottobre, è ricordato soprattutto perché ha dato una faccia e un nome ai poveri del suo tempo. Egli serviva coloro che venivano emarginati dalla società e spesso dalla chiesa. Queste persone erano i dimenticati da Dio, i non-privilegiati.
Eppure, San Francesco vedeva nei poveri qualcuno da amare, curare e far sentire desiderato. San Francesco considerava coloro che vivevano privi delle fonti di necessità della vita come individui con nomi e visi propri.

Egli vedeva nei poveri e negli svantaggiati delle persone che avevano bisogno di sapere che Dio non solo non li aveva dimenticati, ma che Egli aveva un posto speciale per loro.
San Francesco tese loro una mano, rendendoli qualcuno quando altri li consideravano dei nessuno. Talvolta, nel mezzo delle nostre discussioni teologiche e politiche, dimentichiamo chi erano stati gli amici di Gesù.
Un'attenta lettura dei Vangeli e vedremo che i migliori amici di Gesù erano coloro che erano stati dimenticati dalla società come esseri indegni e indesiderati.

Coloro che non possedevano nulla e che non avevano nessuno che credesse in loro o si occupasse di loro avevano un posto molto speciale nel cuore di Gesù. “Venite con me, tutti voi che siete stanchi e oppressi: io vi farò riposare. Accogliete le mie parole e lasciatevi istruire da me. Io non tratto nessuno con violenza e sono buono con tutti.
Voi troverete la pace, perché quel che vi domando è per il vostro bene, quel che vi do da portare è un peso leggero.” (Matteo 11:28-30).

A tutti i poveri e i bisognosi di amore e di cure, Gesù offriva un posto dove poter trovare riposo e speranza. Quando nessuno credeva in loro, Gesù voleva che loro imparassero da lui.
Invece, a coloro che pensavano di avere tutto insieme, Gesù prediceva molte pene. Coloro che sentivano di dover solo obbedire alle regole, di dover mostrare la loro grandezza solo attraverso il loro comportamento e che assumevano grandezza a causa della loro statura in società venivano severamente messi in guardia da Gesù. 
A volte, quando penso a questo grande messaggio di Cristo sopravvissuto con San Francesco d'Assisi, non posso fare a meno di meravigliarmi del fatto che alcuni dei più grandi seguaci di Gesù dimenticano chi erano gli amici di Cristo.

Noi vediamo gruppi religiosi e politici opprimere coloro che hanno bisogno di essere alleggeriti dai loro fardelli, e ricevere sempre di più da coloro che rivendicano di seguire Gesù.
I fondamentalisti religiosi cercano costantemente di trattare gli omosessuali e i transessuali come se non ci fosse spazio per loro nella casa di dio, a meno che non si tornino sulla retta via.
Durante le ultime settimane abbiamo visto politici interessati al loro denaro e partiti politici interessati di malati bisognosi di cure.
Abbiamo visto persone che desiderano aiutare i poveri e coloro che hanno bisogno di risollevarsi dopo un attentato terroristico essere considerati come “nazisti” e “socialisti”.

Ogni volta che vediamo accadere cose come queste, vorremmo chiedere: “Chi sono i nostri amici?”. Ci sono molte persone che erigono statue a San Francesco nei loro giardini, sui loro cruscotti o nelle loro case e lo vedono come un buon uomo.
Comunque, l'immagine di San Francesco non è intesa come una semplice idea astratta. Se il messaggio di San Francesco non ci ispira a considerare i poveri e i bisognosi come gente reale che ha bisogno di un reale aiuto e amore, allora quell'immagine di San Francesco è solo un pezzo di porcellana.

Ma se prendiamo sul serio il messaggio di Cristo di amare coloro che non sono mai stati amati, di trovare spazio nella casa del Signore per tutti, con un posto alla tavola del Signore dove cibarsi della presenza di Cristo durante l'Eucarestia, allora il messaggio del Vangelo e di San Francesco starà finalmente facendo la differenza e ci sarà ancora speranza.



Testo originale: No Mere Abstraction

giovedì 3 ottobre 2013

GNOCCHI ALLA SPUGNA

Carissimi lettori, oggi, aprendo il mese di Ottobre con la nostra rubrica gnoccosa, ho pensato ad una rassegna di gnocchi appena usciti dal bagno, ancora umidi e sexy da morire. La spugna è opzionale, io li preferirei senza. Buon appetito.

mercoledì 2 ottobre 2013

EDELWEISS



Io non perdono, generalmente. Riesco a essere un bastardo egoista, se voglio. Perciò la mattina che ricevetti la e-mail dal mio ex-fidanzato, dopo averla letta, la cestinai nella posta indesiderata. Il contenuto? Presto detto: avevamo rotto qualche settimana prima, per via di un fatto che era accaduto e che mi aveva fatto ricredere sulla sua moralità.

L’architetto presso il quale lavoro, aveva organizzato una serata per festeggiare la vittoria di una gara d’appalto, che avevamo ottenuto per una grossa e famosa catena di alberghi. Non la catena della bionda e svampita ereditiera americana, ma quasi. Il contratto ottenuto era notevole: avevano alberghi in tutto il mondo che avremmo dovuto restaurare e rimodernare. Alla festa del galà eravamo invitati tutti. I capo-progetto potevano anche portare i propri relativi consorti. Siccome la mia qualifica me lo permetteva, avevo deciso di confermare anche la presenza del mio compagno, Rodrigo. Sono omosessuale dichiarato, nel mio ambiente non è una cosa discriminante, grazie a Dio. Va da sé che quella sera, elegantemente vestiti con degli smoking noleggiati, facemmo la nostra entrata scenica nella sala di ricevimento in uno degli alberghi della catena, che lo studio aveva noleggiato per l’avvenimento. Erano solo quattro o cinque mesi che Rodrigo ed io stavamo insieme, ancora dovevamo imparare a conoscerci. E’ nativo dell’Argentina, anche se ha sangue austriaco nelle vene. Grazie alla sua estrema bellezza, lavora nell’ambiente della moda. Avevo visto il suo portfolio di fotografie che utilizzava come presentazione per le agenzie dei modelli e mi aveva mostrato anche delle riviste che avevano pubblicato le sue fotografie: Men Health, Vanity Fair, Max, GQ e altre. Ero orgoglioso di avere un fidanzato così bello, ma provavo anche una punta di gelosia nei suoi confronti, spesso si doveva far ritrarre con i soli indumenti intimi e pensavo con rabbia agli sguardi lascivi dei lettori di quelle riviste. Soprattutto agli uomini, dato che Rodrigo era, ed è, assolutamente gay. I miei colleghi non lo avevano mai visto in mia compagnia ed io non avevo certo fatto pubblicità sul mio aitante fidanzato, così quella sera, quando entrò nel salone, fu come se la calamita più grande del mondo avesse attirato l’attenzione di tutti gli sguardi su di noi.

Scusate: su di lui.

Nel momento in cui mi accorsi dell’attenzione suscitata, un brivido di piacere s’insinuò nella mia colonna vertebrale che presto fu sostituito dalla gelosia più cupa. Le donne, e anche qualche uomo, facevano di tutto per attirare la sua attenzione: uno sguardo profondo qui, un’occhiata sostenuta di là… insomma, sembrava di essere al mercato del pesce quando le casalinghe della Vucciria valutano la qualità dei filetti di ventresca esposti per la vendita.

Presentai Rodrigo ai miei capi e ai colleghi più intimi e tutto andò per il meglio. Almeno in un primo momento. La mia segretaria e le mie collaboratrici erano sinceramente felici per me e mi confessarono di invidiarmi parecchio. Niente di volgare, solo commenti molto carini e qualche battuta simpatica. Anche gli uomini del mio gruppo furono molto gentili e accolsero il mio uomo con piacevole cameratismo. La sala era gremita di persone, tutto l’organico dello studio e qualche cliente importante. Eravamo disposti a tavoli con posti preventivamente assegnati: ogni capo progetto ne aveva uno intestato a suo nome, dove sedevano anche i rispettivi collaboratori e, naturalmente i propri consorti. Il mio gruppo conta un organico piuttosto ampio per cui la nostra tavolata aveva disponibilità per quindici persone. Ci accomodammo e cominciammo piacevolmente a conversare. Quando tutti gli invitati furono presenti, l’amministratore delegato salì sul piccolo palco allestito in fondo alla grande sala e chiese il silenzio. Dopo un breve discorso di rallegramenti e di ringraziamenti per l’ottimo contratto acquisito, volle chiamare sul palco anche i responsabili dei vari settori dello studio, chiamandoli uno a uno. Quando fui nominato, mi alzai e attraversai la sala salendo poi sul podio con i colleghi. Alla fine della presentazione, uno scroscio di applausi terminò la breve introduzione. Ed ecco che successe l’inatteso. Stuani, il capo settore del reparto tessuto d’interno, mi si avvicinò e mi sorrise con quella sua aria da gatto sornione.

“Franchini! Ho visto che sei in splendida compagnia del tuo fidanzato. Bell’uomo. Congratulazioni”.

Tra di noi non correva buon sangue, i nostri settori erano sempre un po’ in rivalità, noi ci occupiamo dei mobili d’interno e da giardino e spesso i due organici fanno fatica a collaborare. Ero a conoscenza del fatto che Stuani, più anziano di me in azienda, aveva sottoposto il progetto dell’unificazione dei due gruppi, che naturalmente sarebbe dovuto passare sotto la sua supervisione.

“Ti ringrazio” risposi con fatica.

“Ma sei sicuro di voler condividere la tua vita con un modello così appariscente?” mi chiese mellifluo.

“Sono un convinto sostenitore, che la vita privata e il lavoro debbano rimanere separati, Stuani. Quindi mi perdonerai se non ti risponderò” ribattei sempre sorridendo.

”Giorgio, perdonami…” disse facendo una pausa molto teatrale, “sei al corrente che il tuo nuovo compagno è un escort maschile?”. Sorriso diabolico e occhi indagatori.

“Dimmi un po’ Luigi… e tu, come saresti informato di questa faccenda? Forse frequenti anche tu gli ambienti della prostituzione maschile o ti vendi solamente all’amministratore delegato, in cambio di promozioni professionali?” ribattei sarcastico, ma non ero rimasto indenne alla sua domanda.

Non batté ciglio e proseguì: “Diciamo soltanto che siamo in tanti a conoscere il tatuaggio che ha sul suo gluteo sinistro. Strano per un argentino avere una stella alpina incisa su quel suo bel culetto!”.

“Sempre meglio un edelweiss sulla chiappa, che un culo sulla faccia. E ora perdonami, i miei colleghi mi attendono al tavolo”, conclusi allontanandomi.

Siiiiiii! Ottima battuta, Giorgio, mi complimentai di me stesso.

A parte lo scambio di battute che dava tutto a mio favore, e del quale gongolavo interiormente, quella serpe mi aveva messo una pulce nell’orecchio. Pochi mesi di frequentazione non sono sufficienti a comprovare la fedeltà di un fidanzato bellissimo che, per giunta, vive nell’ambiente della moda. La gelosia mi s’infilò nella pelle e nell’animo e compresi immediatamente che la serata sarebbe andata a puttane. Cercai di non far trapelare nulla ma non ero dell’umore giusto, scambiai poche battute al tavolo e sono convinto che qualcuno se ne accorse.

Il fine settimana andò sempre peggio e la domenica sera, dopo continui litigi e battibecchi, cacciai Rodrigo da casa mia. Non avrei mai più avuto un uomo così bello ed affascinante, era una triste constatazione ma anche una promessa che feci a me stesso.

Passarono dunque alcuni giorni; quando squillava il telefono e vedevo che era lui a chiamare rifiutavo la comunicazione. Mi chiamò anche in ufficio ma Rossella, su mia istruzione gli diceva che ero in riunione o che ero in laboratorio, tutte scuse per non parlar con lui. Lei era dispiaciuta per me e me lo faceva comprendere con tatto e cortesia, ma non mi chiese mai il motivo della separazione ed io me ne guardai bene dallo sbottonarmi con lei. Passarono due, poi tre settimane e quella mattina ricevetti la e-mail che prontamente cestinai.

Nel messaggio diceva che era profondamente innamorato di me e che non comprendeva quello che era accaduto. Aveva bisogno di parlarmene a voce perché stava male per la nostra separazione. Mi voleva veramente bene e avrebbe voluto che le cose si chiarissero tra di noi. Mi amava tanto e, per questo motivo, pretendeva una spiegazione perché non si dava pace. Bla-bla-bla.

Verso mezzogiorno Rossella entrò nel mio ufficio e mi prese di petto: “Giorgio non puoi continuare così” esordì guardandomi negli occhi. “So che non sono affari miei ma dobbiamo parlare di Rodrigo, non passa giorno che chiami per parlarti e io sono stufa di mentire e coprirti”. Aveva ragione. La guardai sconcertato e sbuffai nervosamente.

“Siediti” le concessi gentilmente.

Prese posto sulla poltroncina di cortesia e le raccontai di quello che era successo con Stuani la sera del galà. Mentre proseguivo nel racconto, potevo quasi sentire gli ingranaggi del suo cervello che, abbinati al suo finissimo intuito femminile, stavano tirando le somme della questione. Ma sbagliavo, non solo le somme. La sua analisi matematica completa di divisioni, moltiplicazioni, sottrazioni e anche radici quadrate, arrivò alla conclusione, perfettamente bilanciata, di quella particolare “partita doppia” che aveva sconvolto la mia storia d’amore perfetta.

“Sei un coglione, Giorgio” mi disse senza mezzi termini.

Sgranai gli occhi sbalordito. Non per l’offesa, quello no, per il fatto di non averle mai sentito dire una parolaccia, in tredici anni di lavoro assieme.

“Hai un uomo bellissimo che ti ama. Sì, ti ama Giorgio!” quasi mi urlò contro quando vide la mia faccia insofferente. ”Se non ti amasse, non continuerebbe a chiamare in ufficio! E’ un figo pazzesco che vorrebbero portarsi a letto tutte le donne, e uomini gay, della terra e te lo lasci scappare per quella testa di cazzo di Stuani, che vorrebbe vederti appeso a testa in giù all’antenna telefonica che abbiamo sul tetto aziendale?”.

Stavo per controbattere ma non me ne diede la possibilità, sembrava fosse veramente arrabbiata: “Sai cosa ti dico? Se lo merita lui di perderti. Ora lo chiamo e gli dico quanto sei stato insensibile ed egoista. Sì, Giorgio, egoista perché non gli hai dato la possibilità di spiegare questo pettegolezzo, questa bugia, questa immonda menzogna da parte di un rettile che vuole solamente distruggere la tua professionalità e anche la tua vita personale”, era stata una tirata lunghissima e quasi aveva il fiatone. Io non osai profferire parola. Mi sentivo come un bambino davanti alla sgridata della maestra perché non aveva fatto i compiti. “Sei una persona intelligente, Giorgio, ma solo sul lavoro. A livello affettivo fai proprio schifo!”.

Mi scrutava in cerca di una reazione, ma ero veramente esausto in quel momento e non sapevo cosa dire: “Cosa dovrei fare?” chiesi con più trepidazione di quanta ne volessi effettivamente dimostrare.

Mi aspettavo un’altra esplosione di urla invece mi rispose con un sospiro esasperato come se fossi un ritardato mentale: “Chiarirti con lui, questo è quello che devi fare”.

Le feci un sorriso di disappunto.

“E mandare Stuani a fanculo” aggiunse poi alzandosi dalla poltroncina e riaprendo la porta dell’ufficio, “Ora chiamo Rodrigo e te lo passo, mi ha lasciato il suo numero di cellulare alla prima chiamata di due settimane fa e voleva lasciarlo ogni volta che mi richiamava” esclamò poi roteando gli occhi al soffitto e uscendo. “Come se i numeri di telefono cambiassero magicamente ogni notte!” la sentii brontolare dal corridoio.

Sorrisi tristemente della battuta e cercai di pensare a quello che potevo dire a Rodrigo, oltre al fatto di essere un emerito coglione.

Mi squillò il telefono e seppi che era lui. Sospirai e alzai la cornetta: “Pronto” mormorai.

“Giorgio? Sono Rodrigo” la sua voce era titubante.

“Lo so, tesoro” mi pentii immediatamente.

“Tesoro? Ti sei negato per quattro settimane e ora mi chiami così, come se non fosse successo nulla?” non era in tono arrabbiato ma fu come uno schiaffo in faccia.

“Sì, Rodrigo, mi è scappato e ancora sì, ho sbagliato” ammisi.

“Mi sei mancato” il suo tono era triste.

“Anche tu” ed era dannatamente vero.

“Dobbiamo chiarire”

“Per pranzo?” proposi.

“Sì, al bar sotto il tuo ufficio”

“Tra mezz’ora?”
“Claro, coñazo!” (1)

Riattaccai. Per lo meno non aveva perso la voglia di scherzare.
Presi la giacca e mi diressi all’uscita. Passai davanti a Rossella e lei mi guardò con aria cattiva, ma alzò i pollici verso l’alto.

“Grazie” le mormorai.
Mi fece un gesto come per scacciare un’invisibile zanzara.
Dieci minuti dopo ero seduto al tavolino del bar e lo vidi arrivare: anche con il cappello di lana per nascondere i capelli biondi, e gli occhiali da sole per non farsi riconoscere, era bello da togliere il fiato.

Aveva un’aria triste ma salutandomi sorrise. Si tolse gli occhiali da sole e mi guardò negli occhi.

“Come stai?” mi chiese in un sussurro.

“Male, sono quattro settimane che sto male.” ammisi controvoglia.

Dopo un attimo d’imbarazzo, presi coraggio e gli raccontai di quanto era accaduto alla sera della festa. Armeggiò con il cellulare e sentii squillare il mio. Mi aveva mandato il link di un sito fotografico dove era pubblicata una sua fotografia che lo ritraeva nudo, di spalle, disteso su quello che sembrava un letto o un divano. Il tatuaggio spiccava in evidenza. La data del copyright riportava a quella di cinque anni prima.

“Non sono mai stato un escort. Questa fotografia l’ho fatta, come vedi, parecchio tempo fa. Purtroppo è una delle più famose. Non ne sono orgoglioso, ma non posso farla togliere da Internet perché è di proprietà del fotografo, il quale si è fatto parecchi soldi con questo scatto e se ne fa ancora”.

“Sono un imbecille” gli confessai tristemente.

“Un poco, ma capisco la tua gelosia”.

“Sono un imbecille geloso”.

Mi sorrise e annuì.

“E stavo per perderti. Riuscirai a perdonarmi?”.

“Ti ho già perdonato perché ti amo. Sono qua Giorgio. E come vedi, non mi hai perso”.

“E’ che…“ balbettai alla ricerca delle parole per spiegarmi “Mi sento talmente inadeguato. Tu sei bellissimo ed io non sono granché. Ho paura che un giorno ti stancherai di me e mi lascerai”.

“Non posso dire ora cosa ci riserverà il futuro, Giorgio, ma io ti amo al di là del tuo aspetto esteriore. Per quello che sei, per come sei”.

“Anche se sono un imbecille geloso?”

“Anche per quello. La gelosia è una prova del tuo amore per me. Ma possiamo lavorarci sopra”.

Allungai le mani sul tavolino e presi le sue tra le mie.
Mi sentivo veramente un imbecille e avrei voluto strozzare Stuani con le mie mani. Pensai a mille modi per vendicarmi con quel viscido rettile. Rodrigo sembrò leggermi nella mente e mi sorrise nuovamente.

Alzai lo sguardo verso i suoi occhi e sospirai: “Stavo pensando a come farla pagare a Stuani… e sai una cosa? Farò finta di nulla. La vendetta migliore è fargli capire quanto non conti nulla per me”.
Mi guardò compiaciuto.

Poi aggiunsi: “E quanto invece conti tu per me”.


(1) “Chiaro, cazzone!”

martedì 1 ottobre 2013

IL CONTADINO E LA PIANTA



C’era una volta un contadino che aveva un campo. Nel suo campo cresceva una pianta che purtroppo non portava frutti, ma serviva solamente da riparo ai passeri e alle cicale con il loro canto.

Un bel giorno il contadino decise di abbattere la pianta infruttifera e non appena iniziò a vibrare i primi colpi per tagliarla, le cicale e i passeri iniziarono a supplicarlo di non abbattere il loro rifugio, perché altrimenti non avrebbero più potuto rallegrarlo con il loro canto.

L’uomo, non curandosi della supplica, iniziò allora a colpire la pianta con maggior forza e veemenza. Improvvisamente si aprì una breccia nel tronco che rivelò all’interno un alveare di api stracolmo di miele. Dopo averlo assaggiato ed averne apprezzato la bontà, il contadino, abbandonando la scure, decise di non tagliare più la pianta, ma anzi da quel momento ne ebbe la massima cura.

C’era una volta un contadino che aveva un campo. Nel suo campo cresceva una pianta che purtroppo non portava frutti, ma serviva solamente da riparo ai passeri e alle cicale con il loro canto.

Un bel giorno il contadino decise di abbattere la pianta infruttifera e non appena iniziò a vibrare i primi colpi per tagliarla, le cicale e i passeri iniziarono a supplicarlo di non abbattere il loro rifugio, perché altrimenti non avrebbero più potuto rallegrarlo con il loro canto.

L’uomo, non curandosi della supplica, iniziò allora a colpire la pianta con maggior forza e veemenza. Improvvisamente si aprì una breccia nel tronco che rivelò all’interno un alveare di api stracolmo di miele. Dopo averlo assaggiato ed averne apprezzato la bontà, il contadino, abbandonando la scure, decise di non tagliare più la pianta, ma anzi da quel momento ne ebbe la massima cura.

MORALE

Gli uomini per loro natura, non amano o rispettano il giusto, ma vanno alla ricerca dell’utile e profittevole.



Fedro