Una romantica carrellata di gnocchi orsacchiotti. Teneroni e meravigliosamente innamorati. Quando l'amore c'è non esiste sesso, solo compartecipazione. Buon appetito.
giovedì 11 aprile 2013
mercoledì 10 aprile 2013
UNA FESTA DI CONGEDO
Come al solito mi ero offerto per il servizio in cucina ed ero davanti al lavandino, cantai con Teresa per circa un'ora. Stonammo le canzoni di Ramazzotti e della Pausini, due dei nostri beniamini. I numerosi bicchieri di vino consumati, mi avevano finalmente dato alla testa. Quando finimmo il repertorio, cominciai a raccontarle della mancanza di attrazione chimica che c'era stata, o meglio non c'era stata, con la persona che avevo incontrato due sere prima. Lei era costantemente alla ricerca di un uomo da farmi portare a letto.
"Persino baciarlo non è stato bello" le raccontai.
"Baciarlo non è stato bello?" mi domandò sbalordita.
Catturai un movimento nella stanza e girai il viso incrociando lo sguardo dell’indiscusso amore della mia vita, Francesco: il mio ex. "Hei!" lo salutai sorridendo "Pensavo te ne fossi andato".
La festa per il congedo militare di Michele, ossia del fratello di Teresa, aveva imperversato per tutta la giornata e si stava spegnendo finalmente alle nove di sera. La gente aveva cominciato ad andarsene già da un po’.
"No" fu tutto quello che rispose prendendo il canovaccio dalle mani di Teresa, avvicinandosi a me e al lavandino.
Improvvisamente singhiozzai e poi gli sorrisi colpevole.
"Sì" grugnì “Ti ho visto bere".
"Davvero?" chiesi stupidamente: dio, ero proprio brillo.
Lui annuì, i suoi occhi blu si bloccarono nei miei. Sospirai.
"Sei veramente bello, Davide".
Stava cercando di farmi venire un attacco di cuore?
“Si?”
“Gesù” gemette.
"Cosa?"
"Ti rendi conto, almeno, di quello che stai facendo?"
Lo stavo fissando, questo era quello che stavo facendo.
"Stai lì in piedi a leccarti le labbra e mi guardi dall'alto in basso".
Lo stavo facendo? La risposta era sì, dato che i miei occhi erano ora bloccati sul suo addome... un addome che sapevo scolpito di muscoli e con un sentiero di peli che portavano fino a... oh cazzo!
Be', sì, proprio lì.
"Dav?"
"Il vino" risposi cercando una spiegazione. "Tu conosci il mio pessimo rapporto con il vino rosso, France. Ricordi il matrimonio di tua cugina Gemma?"
I suoi occhi si appannarono nel ricordo di come gli saltai addosso al ricevimento, dopo cinque bicchieri di merlot, e lo trascinai dentro la stanza del guardaroba in modo da poterlo baciare intensamente. Il ruggito che avevo lanciato, quando lasciai le sue labbra, aveva fatto accorrere sua madre per vedere cosa fosse successo. Non fu uno dei miei momenti migliori.
"Cattivo esempio" ridacchiai, ma la mia risata si spense in un profondo sospiro e in un singulto tremante mentre lo osservavo. Il mio esofago lanciò un altro singhiozzo. Merda! Pensai. Ma subito mi inondai di calore solo a guardarlo.
Guardai i suoi occhi dolcissimi, vidi il bordo del suo labbro arricciarsi in un sorriso e sentii la sua mano sulla mia schiena mentre mi attirava a lui.
Non riuscii a fermare il brivido che scivolò attraverso di me. La mia reazione a Francesco fu quella che era sempre stata. Un palpito di necessità mi scosse profondamente, il mio respirò si fermò e sentii il mio interno fremere, nell'attesa di quello che stava per accadere.
"Stai bene?" mi chiese a bassa voce, spostandomi una ciocca di capelli sul lato della testa.
Questo non era un bene.
"Perche mi sembri un po’ agitato…" il suo respiro mi passò sul viso.
Non potevo volerlo... o meglio, potevo volerlo, ma non avrei voluto volerlo. Volevo volerlo ma non avrei voluto volerlo... Cavoli, cervello mio, vuoi ragionare coerentemente? Non eravamo un bene l’uno per l’altro. Io e il mio cervello, o io e Francesco. Entrambe le cose.
"Caro?" mi chiese in un soffio di voce.
Il sesso non è mai stato un problema per noi, tutto il resto lo è stato.
"Pensi di aver bisogno di qualcosa?"
Cercai di respirare.
"Amore?"
Mi aveva appena chiamato amore?
"Piccolo" sospirò.
"Smettila" gli urlai lamentandomi, spingendolo via, voltandomi di nuovo verso il lavandino, concentrandomi sui piatti, desiderando che il mio corpo accaldato calmasse l'inferno che sentivo nel profondo. Questo è Francesco con il quale ho litigato! Francesco, quello che mi ha ucciso con i suoi silenzi di pietra! Francesco, quello che non sarei riuscito ad aprire neanche con un piede di porco! Stavo meglio lontano da lui, lontano per non deluderlo, lontano per non essere io stesso deluso nelle mie aspettative folli che fosse un compagno perfetto.
"Sto bene."
"Davide" disse con quella sua voce profonda e rimbombante "tu non stai bene."
"Perché non vai a vedere quello che sta facendo Michele?" gli suggerii sperando di allontanarlo.
Le sue dita sfiorarono il lato del mio collo e giù per la clavicola "Penso che resterò qui."
Mi morsi il labbro. Il dolore mi riportò in me stesso.
"Chi è che hai baciato?"
"Cosa?"
"Ho sentito che parlavi con Teresa... Chi – hai – baciato?" mi chiese scandendo le parole.
"Sono andato ad un appuntamento l’altra sera" risposi.
"Ah sì? Com’è stato?" domandò accarezzandomi la gola.
"Non sono affari tuoi” sbottai, compiendo un ulteriore passo lontano da lui "Devi andartene".
"Perché?" mi chiese divertito. Il suo sorriso era intrusivo, mi guardò socchiudendo gli occhi. Sapeva quanto disperatamente volevo essere abbracciato?
Si chinò più vicino, la sua voce era bassa e roca "Stai tremando."
Stavo tremando?
“Vattene” gli ordinai.
"Perché dovrei farlo?"
Era compiaciuto, perché lui sapeva che io lo desideravo, lo ha sempre saputo. "Perché tu mi odi e io ti odio".
"Io ti odio solo quando sei irragionevole" rispose facendomi una smorfia “che è il più delle volte, maledizione".
Mi dava fastidio che riuscisse ad essere così loquace e odiavo il fatto che lo fosse, che mi facesse ancora male. Ma non volevo abbattermi davanti a lui. Mi voltai e mi diressi verso la porta sul retro, prendendo un respiro. Avevo il cuore ferito, tremavo e sentivo lo stomaco improvvisamente vuoto. Non capii che era proprio dietro di me fino a quando aprii la porta e venni bloccato immediatamente.
"Lasciami in pace" la mano ancora sulla maniglia, il groppo in gola doloroso, cercai duramente di allontanare le lacrime, di tenerle a bada. Bere era stato un errore. Sentivo Il calore del suo corpo, lo sentivo in piedi più vicino di quanto volessi. "Francesco, per favore…"
"Mi fai dire queste stronzate".
Mi voltai e mi resi conto che era ancora più vicino di quanto pensassi.
"Io?"
"Io?"
Lui ringhiò incavolato.
"Io ti faccio dire delle stronzate?" ripetei per convincere me stesso.
Chiuse definitivamente la porta sbattendola, mi spinse contro di essa e si avvicinò, prendendo il mio viso tra le mani e trattenendolo in modo che i miei occhi non sapessero dove andare, se non verso i suoi. Tutto quello che potevo vedere era blu.
"Sì, mi fai impazzire."
Mi sentii come se stessi andando in mille pezzi.
"Piccolo" mi sussurrò chinandosi verso di me, il suo respiro caldo passò lieve sul mio viso, non potevo muovermi. Alzai le mie mani sui suoi polsi ma le sue labbra toccarono le mie. La sua lingua chiese di entrare e io la accettai. Quel bacio percorse il mio corpo, dalle labbra fino alla punta dei piedi, possessivo, profondo, violento e pieno di necessità. Fui sicuro che anche lui provò la stessa sensazione di possesso.
"E' tutto o niente, lo sai" gli uscì in un ringhio morbido quando finalmente si tirò indietro, stringendomi tra le braccia per un poco, gli piaceva sapere che ancora mi possedeva.
La mia vista improvvisamente divenne sfuocata: "Bastardo" sussurrai mentre appoggiavo la mia fronte contro la sua. "Volevo solo portarti a letto".
Lui grugnì e potevo sentire il suo piacere nel saperlo "Mi dispiace, ma mi devi tenere se mi vuoi nel tuo letto".
"Non è quello che vuoi" mormorai.
"Col cazzo, che non lo voglio" disse piano.
Alzai la mia testa guardandolo in faccia "Vuoi davvero riprovarci di nuovo?"
"Lo voglio".
A quel punto ci rendemmo conto che Teresa era ancora nella stanza, perché fece un gran rumore tirando su col naso e quando ci voltammo a guardarla, le lacrime le rigavano il viso, aveva un sorriso brillante sul volto.
"Oh mio Dio” gridò "Voi siete fatti uno per l'altro".
Alzai gli occhi al cielo, ma quando guardai nuovamente Francesco, il suo sorriso era perfido.
"Cazzo, no".
"Allora vieni a casa con me, per favore" piagnucolai, sentendo il mio corpo bruciare.
"Conosci il problema" ribatté, il suo sorriso era disarmante, i suoi occhi tristi. Lui mi voleva ancora ed ero così stanco di negare che io desideravo la stessa dannata cosa. "Mi vuoi o no?" Era teso e sulla difensiva, preoccupato per la mia risposta.
"Certo che lo desidero. Quando mai non l’ho voluto?"
Rilasciò il respiro e capii che era felice.
"Vorresti venire a casa con me e starmi vicino?"
Ridacchiò con le labbra premute sul mio collo. "Sì, certo che lo farò".
L'applauso dietro di noi fu una sorpresa. Teresa, il nostro pubblico, era entusiasta.
martedì 9 aprile 2013
LA LEGGENDA DI MISURINA
-Ma è tanto bellina! - diceva Sorapis quando la moglie lo rimproverava dell' indulgenza eccessiva che aveva per la sua figlioletta.
- Ma è tanto piccolina.-
Ma è questo, ma è quello, per una ragione o per l' altra, babbo Sorapis si lasciava sempre prendere per il naso e non se ne accorgeva neppure.
E Misurina cresceva frizzante come il pepe, per la disperazione altrui. Al castello di babbo Sorapis tutti la fuggivano come la terzana, uomini di corte e valletti di camera, dame di compagnia e donne di cucina, ma la terzana salta addosso anche se la fugge, non è vero? E Misurina faceva altrettanto. Quando meno si pensava a lei, ella combinava i tiri peggiori, e quei poveretti ne avevano sempre qualcuna da narrare al re.
- Sire, Misurina mi ha rubato la parrucca.-
- Mi ha nascosto il fodero della spada. -
- Mi ha accecato il cavallo col sale. -
- Ha tagliato la coda al mio destriero. -
- Oh! Oh! - sbuffava Sorapis tentando invano di fare la faccia seria. - Questo è grave, vediamo un po’, bisogna trovare un rimedio, non è vero? Ma la bimba è tanto piccolina! Bisogna scusarla.
- Sire, Misurina mi ha versato l' inchiostro nel caffè.
- Ha rubato i crostini imburrati.
- Ha . . .
- Figliuoli miei, abbiate pazienza - diceva Sorapis - lo so , lo so, non è piacevole bere il caffè con l'inchiostro, né restare senza crostini, ma la poverina è tanto vivace!
- Sire - dicevano le dame - Misurina ci calpesta lo strascico.
- Ci rovescia la cipria.
- Ci ruba il profumo.
- Ci . . .
- Signore mie,- gemeva Sorapis - Misurina è un po’ monella, ma è tanto una cara bambina! Rimedieremo, non è vero? Rimedieremo.
Ma non rimediava pover' uomo. Anzi la piccola, crescendo, diventava più insopportabile.
Che desideri poi! E che pretese! Le avessero portato la luna, ella avrebbe alzato le spalle dicendo: "Tutto qui?"
Bella roba! per me altro ci vuole!"
Ma queste erano rose, Il suo difetto più grande era la curiosità.
Una bambina cosi curiosa non la si sarebbe incontrata in tutto il mondo. Voleva sapere tutto, voleva vedere tutto voleva avere a sua corte e il suo regno sulla punta delle dita. Avrebbe voluto, se possibile, leggere nell' anima della gente.
- Bazzecole! - le disse un giorno la nutrice - per una signorina come lei, adorata dal suo babbo come si adora il sole, tanto ci vuole ad avere lo specchio tuttosò.
- Veh! - esclamò la bimba facendosi rossa per l' emozione - e cos'è questo specchio?
- Uno specchio dove basta specchiarcisi o farci specchiare qualcuno per saper tutto quel si vuol sapere di lui o di lei.
- Oh! - mormorò Misurina - curioso! E come posso averlo?
- Lo domandi al suo papà che tutto sa.
E Misurina andò dal babbo tutta saltellando come un passero.
-Papà - cominciò a gridargli prima di giungerli accanto - devi farmi un regalo.
- Se posso, gioietta.
- Si che puoi.
- E allora sentiamo.
- Prima giura che me lo farai.
- Non posso giurare se non so di che regalo si tratta -
Allora Misurina incominciò a piangere e a disperarsi e a profondersi in moine per trarlo di senno, quel povero papà, e il poverino a consolarla e a promettere sospirando.
- E va bene, ti giuro che qualunque sia il regalo che tu vuoi, io te lo farò -
E allora Misurina battendo le mani gli schicchera il suo desiderio.
- Voglio lo specchio tuttosò.
Sorapis impallidì.
- Tu non sai ciò che mi chiedi, figliuola.
- Si che lo so.
- Ma non sai che lo specchio appartiene alla fata del Monte Cristallo?
- E che mi importa? Glielo comprerai.
Sorapis sospirò.
- O glielo ruberai.
- Senti, Misurina . . .
- L' hai promesso, papà, l' hai giurato, papà.- E quel demonio di figliola riprese a piangere e a sospirare e a rotolarsi per terra.
- E se non mi porterai quello specchio, io morirò.
Morire Misurina! Figuriamoci! Il povero papà si mise in testa la corona, vestì il mantello di ermellino,
prese lo scettro a mò di bastone, e si avviò. Cammina, cammina, camminò poco perché la fata abitava a due passi da lui, proprio di fronte, e non appena giunse al castello, bussò.
- Avanti - disse la fata che sedeva nella sala del trono, insieme con le sue damigelle. -Chi sei e che cosa vuoi?
- Sono Sorapis e voglio lo specchio tutto so.
- Corbezzoli! - rise la fata - solamente?come se si trattase di fragole.
- Oh, fata, fatina non ridere; se tu non me lo dai la mia bambina muore.
- La tua bambina? E che ne sa dello specchio tuttosò? A che le serve?come si chiama questa bimba?
- Misurina - rispose il re.
- Ah ah! - disse la fata - la conosco di fama. Le sue grida giungono fino a me quando fa i capricci, e questo è un capriccio ben degno di lei. Va bene, io ti darò lo specchio, ma a un patto.
- Sentiamo - accondiscese il re.
- Vedi quanto sole batte da mattina a sera sopra il mio giardino?
- Vedo - rispose Sorapis
- Mi brucia tutti i fiori e mi dà noia. Mi ci vorrebbe una montagna a gettarmi un po’ d'ombra; ecco bisognerebbe che tu, grande e grosso come sei, ti contentassi di trasformarti in una bellissima montagna. A questo patto ti darei lo specchio tuttosò.
- Oh!oh!oh! - disse Sorapis grattandosi l' orecchio e sudando freddo.
- Prendere o lasciare - disse la fata.
- Ebbene, che vuoi farci? Se altra via non c'è . . . Dammi lo specchio - sospirò il poverino.
La fata trasse da uno scrigno che aveva a portata di mano un grande specchio verde e glielo porse, ma poiche si avvide che il povero Sorapis era diventato smorto, ebbe pietà di lui, e gli disse:
- Facciamo una cosa; capisco che tu non hai troppo desiderio di trasformarti in una montagna, ed è naturale, ma d'altra parte hai paura che la tua bambina muoia se non mantieni la promessa che le hai fatto.
- Parola di re deve essere mantenuta - gemette Sorapis.
- Si, si, ma io al tuo posto le avrei dato qualche scappacione; così si guariscono i capricci; però, come ho detto, facciamo una cosa. Tu ritorni al tuo castello e dici alla bimba la condizione per cui può venire in possesso dello specchio; se ella ti vuol bene rinuncia a possederlo per non perdere il suo papà, e tu mi rimandi lo specchio,e se no, e se no . . .io non ne ho colpa.
- Sta bene, - rispose il re - tante grazie e a rivederci. - Tant' era sicuro di mandarle lo specchio.
E ripartì.
Misurina lo aspettava, seduta sullo spalto più alto del castello e non appena lo vide:
- Ebbene, - gli gridò - me l'hai portato?
- Eh si te lo portato - ansimo il poverino grondando sudore; e presala in mano per parlarle meglio, le riferì l' ambasciata della fata del Monte Cristallo. Misurina battè le mani.
- E' solamente ciò? Dammi pure lo specchio, papà, e non pensarci. Diventare una montagna deve essere una bellissima cosa. Anzitutto non morirai più, poi ti coprirai di prati e di boschi e io mi ci divertirò.
Il poveretto impallidì, ma tanto valeva, la sua condanna era stata decretata. Non appena Misurina ebbe afferrato lo specchio, Sorapis si ampliò si ampliò, gonfiò, parve lievitasse nel sole, si impietrò, e in un attimo diventò la montagna che ancora oggi sorge di fronte al Monte Cristallo.
Misurina trovatasi ad un tratto innalzata a quell'altezza prodigiosa, sulla cresta di una montagna bianca e nuda, dove a poco a poco gli occhi di suo padre morivano, gettò un grido terribile, e, presa da capogiro, col suo specchio verde precipitò giù.
Allora dagli occhi semispenti di Sorapis, incominciarono a scendere lacrime, lacrime, e lacrime fino a che gli occhi si spensero e le lacrime non piovvero più.
Con quelle lacrime si è formato il lago sotto cui giacciono Misurina e lo specchio, e in quel lago il Sorapis si riflette.
lunedì 8 aprile 2013
LA FORZA DELL'AMORE
Scuote Amore il mio cuore
come il vento sul monte
si abbatte sulle querce.
Subito a me il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
non esce, e la lingua si spezza.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e gli occhi più non vedono
e rombano le orecchie.
(Saffo)
domenica 7 aprile 2013
PACE, PACE E ANCORA PACE
II DOMENICA DI PASQUA o della Divina Misericordia (ANNO C)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. (Gv. 20, 19-31)
Partecipando al sacrificio della Messa, noi ascoltiamo ogni volta le parole di Cristo che si rivolge agli apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Inoltre, imploriamo il Signore di concederci “unità e pace secondo la sua volontà” e di donare “la pace ai nostri giorni”.
Ogni volta che apparve agli apostoli Cristo, dopo aver vinto la morte, augurò la pace, sapendo quanto tutti loro la desiderassero. Nel conferire agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha portato la pace nell’anima inquieta dell’uomo. L’anima creata da Dio ha nostalgia di Dio. La pace con Dio è il fondamento della pace tra gli uomini. Liberato dalla schiavitù del peccato, l’uomo è in pace, ha l’anima in festa, in pace. La pace regna sui cuori puri. È partendo dalla pace interiore, quella del cuore, appoggiandosi ad essa, che si può stabilire la pace esteriore: in famiglia, fra vicini, in seno alla Chiesa, tra i popoli. Dio chiama tutti gli uomini ad unirsi al suo popolo unico. Il suo desiderio, che è di riunire tutti gli uomini in seno ad un’unica comunità per salvarli, è già espresso nell’Antico Testamento.
Ogni volta che apparve agli apostoli Cristo, dopo aver vinto la morte, augurò la pace, sapendo quanto tutti loro la desiderassero. Nel conferire agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha portato la pace nell’anima inquieta dell’uomo. L’anima creata da Dio ha nostalgia di Dio. La pace con Dio è il fondamento della pace tra gli uomini. Liberato dalla schiavitù del peccato, l’uomo è in pace, ha l’anima in festa, in pace. La pace regna sui cuori puri. È partendo dalla pace interiore, quella del cuore, appoggiandosi ad essa, che si può stabilire la pace esteriore: in famiglia, fra vicini, in seno alla Chiesa, tra i popoli. Dio chiama tutti gli uomini ad unirsi al suo popolo unico. Il suo desiderio, che è di riunire tutti gli uomini in seno ad un’unica comunità per salvarli, è già espresso nell’Antico Testamento.
Come Cristiani siamo chiamati ad essere portatori di Pace. Non di combatterci tra di noi. Ora che abbiamo un nuovo Papa che sembra avere veramente a cuore la pace del suo gregge, speriamo di ottenere quei piccoli riconoscimenti da parte della Chiesa che il popolo LGBT chiede da sempre.
sabato 6 aprile 2013
venerdì 5 aprile 2013
INSIEME
Qualcuno sostiene che l'amore omosessuale sia solo basato sul sesso.
Cretino!
36 ANNI
40 ANNI
48 ANNI
48 ANNI
53 ANNI
55 ANNI
60 ANNI
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