venerdì 6 dicembre 2013
SEMPLICEMENTE: IO TI AMO
Testimonianza di Ciro Scelsi e Guido Lanza per lo speciale “le cose cambiano” pubblicata sul sito di Riforma, settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste, valdesi, il 26 novembre 2013
"Guido / Ciro mi dono a te, ti amo, confido in te e in te mi rallegro: La tua fiducia scioglie il mio dubbio, la tua gioia dissolve la mia solitudine. La mia casa sarà la tua casa, i tuoi progetti saranno i miei progetti. Con te affronterò con coraggio ogni passo, andrò con te laddove Dio ci chiamerà. Questa è la mia promessa solenne".
Con queste parole il 26 giugno di quasi tre anni fa ci siamo scambiati la nostra promessa, invocando, insieme con la comunità della Chiesa valdese di Milano, la benedizione di Dio sulla nostra unione.
Non abbiamo mai pensato che l’esperienza di coppia e matrimoniale, non importa se tra persone eterosessuali o omosessuali, sia un percorso obbligato, una meta da ambire a tutti i costi, pena l’esclusione dalla società normale o una vita di solitudine e sofferenza.
Per noi, tuttavia, essa ha rappresentato una tappa fondamentale in un cammino di liberazione. La possibilità di esprimere pubblicamente il proprio amore e di chiedere ai membri di una comunità ecclesiale di esserne testimoni è stato l’arrivo – che però è anche un punto di partenza – di un lungo percorso.
Esso passa attraverso il riconoscimento, a volte doloroso, della propria identità, il rapporto con la propria famiglia di origine, il ricordo delle nostre esperienze e delle nostre perdite, la capacità di incontrarsi.
In questo cammino non siamo stati soli, ci hanno accompagnato i compagni del Varco e la comunità tutta, i pastori, ma anche gli amici non valdesi, i nostri genitori, fratelli, sorelle e nipoti.
Al di là di ogni banalizzazione, l’amore ci permette nuovamente di respirare, di ampliare le nostre identità e di rinnovarle. Quella che abbiamo costituito è la nostra famiglia; è naturale per noi volerla vedere riconosciuta e gioire quando ciò avviene. Non è il desiderio di esporsi, ma la volontà di non nascondersi. Non possiamo negare che ciò sia a volte una sfida, e che spesso si proceda “navigando a vista”.
Come è stato ad esempio il timore per l’accoglienza della comunità del piccolo paese ligure in cui ora noi viviamo come coppia. Eppure anche questa è andata liscia…
Se qualcuno dovesse chiedere :«ma cosa avete voluto dire con la vostra benedizione?», forse ora è possibile rispondere :«semplicemente: io ti amo».
giovedì 5 dicembre 2013
GNOCCHI ALLA PAPARINO
Buon giovedì, fedeli lettori del mio blog! Oggi la ricetta che vi propongo è legata ai capelli brizzolati. Mi risulta difficile combattere il fascino dell’uomo maturo. Ne sa qualcosa mio marito, che ha qualche anno più di me. Sono caduto come una pera cotta la prima sera che l’ho incontrato e sono ancora innamoratissimo di lui dopo gli anni trascorsi insieme.
Ti amo, professore!
Gli gnocchi che vi offro oggi, sono maturi al punto giusto. Belli tosti e cotti a puntino. Come al solito, buon appetito.
mercoledì 4 dicembre 2013
LO SCOUT SUL MURO
Era impossibile entrare nella base del reparto scout del mio paese senza fermarsi, almeno un attimo, ad ammirare il magnifico disegno che raffigurava un esploratore intento a costruire un ponte di corde. Posto in bella vista nell’ingresso della sede, contornato da elementi araldici scout, era uno dei meglio riusciti e l’artista l’aveva dipinto su richiesta di don Nunzio, in ricordo di tante avventure vissute insieme. Nel dipinto, lo scout era raffigurato in equilibrio, su un ponte di corda in costruzione. Egli alzava lo sguardo verso l’osservatore e, con un largo sorriso, sembrava volesse dire: “Vieni anche tu ad aiutarci!”. Sul fondo, le cime tormentate di alcune montagne e un cielo quasi infuocato contribuivano a creare un’atmosfera carica d’avventura.
Tutte le volte che entravo in sede, affascinato e quasi ossessionato da quell’impresa pionieristica, mi soffermavo un attimo a pensare: dovevo insistere con i capi scout affinché mi concedessero i fondi per acquistare le corde grosse necessarie per realizzare una bella progettazione. Certo, occorreva prima fare il progetto, scegliere il posto adatto, distribuire i compiti, allenarsi nelle legature, ma era una bella impresa per il mio gruppo, e avremmo vinto il premio annuale, magari anche quello nazionale. Il desiderio diventava sempre più insistente, mentre il sorriso dello scout nel dipinto sembrava caricarsi ogni volta di maggiore provocazione. “Ti decidi o no ad aiutarmi? Vorrei finalmente completare questo ponte”.
“Verrò, verrò, Ardito!” rispondevo al mio amico immaginario. Ormai ero entrato talmente tanto in confidenza con lui, da chiamarlo per nome, come un amico di vecchia data. Avevo scelto il nome di Ardito, perché quello mi sembrava un progetto “ardito”. Ogni tanto mi soffermavo a guardarlo, stando attento di non farmi vedere dagli altri del gruppo. I suoi lineamenti erano dolci e allo stesso tempo accattivanti, mi sarebbe piaciuto avere un fidanzato come lui.
Nella mia squadriglia avevo una ventina di ragazzi, tutti molto in gamba. Una sera, prima della fine dell’anno sociale, rientrai a casa con lo stomaco un po’ pesante a causa di una ricca mangiata fatta insieme alla squadra. Per preparare e provare il menù del campo estivo, avevamo deciso di trovarci una volta al mese nella casa di uno di noi, secondo un turno preciso che teneva conto degli eventuali compleanni del periodo. I consigli delle madri ospitanti avrebbero assicurato il successo dell’esperimento culinario. Così la squadriglia si preparava ad affrontare con tranquillità le sfide di cucina, tanto importanti per la classifica finale. Queste cenette erano una tradizione ormai consolidata nel tempo; proprio per questo, in reparto si mormorava che gli aiutanti al campo estivo fossero disposti a fare le carte false, pur di essere ospitati a pranzo. Purtroppo le esercitazioni casalinghe, con l’aggiunta di qualche rinforzo offerto dai genitori ospitanti, si rivelavano spesso un po’ pesanti per lo stomaco, ma è anche vero che a quell’età si digerirebbero pure i chiodi. Proprio quella sera avevamo festeggiato i compleanni del mese di maggio, io ero fra questi. Festeggiavo i miei ventiquattro anni.
Prima di rientrare a casa, ero passato in sede per riportare il diario della squadriglia, sul quale era stato segnato il menù di quella memorabile mangiata e firmato da tutti i presenti. La storia è fatta anche di questi episodi, importanti per consolidare lo spirito di squadra. Come al solito, entrando, avevo salutato il mio amico Ardito, che sembrava sorridere con un certo sarcasmo: “Invece di mangiare come maiali, fareste meglio a venire a lavorare con me, sul ponte!”.
“Se non la smetti di provocarmi, te la do io una bella scossa al ponte, per farti cadere” ribattei scherzoso uscendo per andarmene a casa. In quel momento mi squillò il cellulare. Il display mi annunciava che era il capo-scout della provincia. Accettai la chiamata.
“Ciao Lorenzo, sono Carlo” mi annunciò con la sua profonda voce baritonale.
“Ciao Carlo, dimmi”
“Disturbo?” erano le dieci di sera, il giorno dopo era domenica e ci sarebbe stato l’incontro di gruppo sulla progettazione. Probabilmente mi avrebbe suggerito un posto, dove avremmo potuto costruire il ponte sospeso.
“Assolutamente no, sono appena uscito dalla sede e sto andando a casa”.
“Ottimo. So che domani avrete l’incontro ed ho pensato di mandarti un nuovo ragazzo, che ha più o meno la tua età. Era capo-squadriglia nella provincia di Pavia ma si è trasferito per lavoro e si è rivolto al regionale per il trasferimento. Si chiama Andrea”.
Due mani in più nella squadra facevano sempre comodo e, soprattutto, avendo il mio stesso grado, avrei potuto condividere con lui il pesante compito organizzativo. Gli chiesi di mandarmi un messaggino con il numero di cellulare di Andrea e di chiedergli di mettersi in contatto con me. Quando arrivai a casa, mi misi subito a letto addormentandomi immediatamente. Nel mio sogno mi ritrovai nel paesaggio dello scout affrescato al muro: “Ehi, tu, non dormire, passami quella corda!” brontolò scherzando il mio amico Ardito.
“Che nodo devo fare qui?”.
“Quella legatura e troppo distante, e poi stringi forte quel nodo, se vuoi che tenga”.
“Ma tu, Ardito, di che squadriglia sei?”.
“Dei Giaguari!”.
“Bel totem; ma i tuoi squadriglieri dove sono?”.
“Quelli? Dormono!”.
Il dialogo proseguì, ricco e cordiale durante tutto il lavoro, poiché erano numerosissimi gli interessi che ci accomunavano. Pareva che ci conoscessimo da moltissimo tempo e fossimo in grande confidenza tra di noi. Grazie all’affiatamento subito raggiunto e alla tecnica che anch’io avevo acquisito, il ponte fu completato al tramonto.
“Ora” disse Ardito, “prima di mostrarlo ai capi, dovremo collaudarlo: forza, sali su e tieniti ben saldo”.
Salii sul ponte traballante nel vuoto e Ardito cominciò a scuotere violentemente le funi. Dimenticai per un istante che, in casi del genere, occorre allargare il più possibile tra loro le due funi corrimano: un ultimo scossone mi fece perdere l’equilibrio e, poiché non avevo messo il moschettone dell’imbracatura di sicurezza, precipitai nel vuoto. Lanciando un urlo e mi svegliai. Il cuore mi batteva fortemente, Sentivo ancora un po’ di nausea accompagnata da un po’ di capogiro, ma mi ritrovai sano e salvo sul morbido materasso, invece che ammaccato sul duro terreno, e mi tranquillizzai immediatamente. Probabilmente l’incubo era dovuto alla pesantezza di stomaco.
L’indomani, nel pomeriggio, mi recai in sede per primo, per sistemare la sala riunioni. Passando sotto l’affresco all’ingresso, salutai il mio amico del ritratto. Aprii gli armadi dove tenevamo il materiale e presi i progetti, li fissai alla lavagna di metallo con le calamite e, mentre stavo spostando le sedie a circolo, sentii bussare alla porta d’entrata che si aprì subito dopo. Un ragazzo fece capolino alla porta, salutandomi: “Ciao, è questa la sede del gruppo scout?”.
Non vedevo i lineamenti del volto perché era controluce sulla porta d’ingrasso con il sole alle spalle. Intuii che fosse il nuovo arrivo: “Ciao, sei Andrea? Sono Lorenzo”, mi avvicinai e allungai la mano per un gesto di saluto.
“Si sono io, piacere di conoscerti” entrò chiudendo la porta e solo allora fui in grado di vedere il suo volto.
Con stupore, mi trovai davanti al mio amico Ardito. Andrea aveva gli stessi occhi, gli stessi lineamenti, lo stesso ciuffo del ragazzo del ritratto. Istintivamente alzai lo sguardo sulla parete. Andrea alzò gli occhi, guardandosi come in uno specchio e semplicemente disse: “Wow! Mi somiglia”.
“Direi che sei tu” esclamai ancora stupefatto dalla somiglianza.
Parlammo un poco aspettando che il resto della squadra arrivasse in sede. Non mi sembrava vero che il ragazzo che avevo idealizzato nella mia mente, tramite il dipinto, fosse ora davanti ai miei occhi, in carne e ossa. Mi fu immediatamente simpatico e mi trovai subito bene con lui, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Il dibattito coinvolgente e di grande complicità che avevo avuto in sogno con Ardito era, in pratica, la copia in carta carbone di quel nostro primo colloquio. Eravamo coetanei e nati nello stesso segno zodiacale. Se qualcosa di vero c’è negli influssi astrali, cosa di cui ero e sono scettico, per noi invece valeva al cento per cento. Diventammo subito amici per la pelle e presto scoprii di essermi innamorato di lui. Durante il campo estivo che tenemmo ad agosto il nostro rapporto di amicizia, s’intensificò ulteriormente. Condividemmo la stessa tenda e la notte, sentendo il suo respiro al mio fianco, fantasticavo su di noi. Passarono i mesi, arrivò l’autunno e, con la ripresa delle attività di gruppo, i nostri incontri si moltiplicarono, spesso in compagnia degli altri della pattuglia, ma anche tra noi due da soli, a casa mia o da lui. Mi trovavo in una situazione molto imbarazzante perché volevo togliermelo dalla mente, ma ero costretto a frequentarlo.
Un pomeriggio di un fine settimana, ci trovammo a casa sua per organizzare una festa con gruppo dei piccoli, i lupetti e le coccinelle, come vengono definiti in gergo scout. L’occasione era quella di Halloween, per la notte di Ognissanti. Con noi c’erano anche le due caposquadra femminili, Tiziana e Fabiola, due sorelle che avevano qualche anno meno di noi. La riunione andò per le lunghe perché Tiziana aveva da qualche tempo una cotta per me ed era decisamente fra le nuvole. Quando finimmo, era già mezzanotte. Le ragazze, che abitavano nello stesso palazzo di Andrea, andarono finalmente a casa. Io abitavo nel paese vicino e lui si era offerto di ospitarmi per la notte. Dormiva in un divano a letto di una piazza e mezza, situato nella sala dove ci trovavamo e dove scoppiettava il fuoco di un caminetto. Mi recai in bagno per prepararmi per la notte e, quando ritornai, la branda occupava già l’ampia stanza. Andrea andò in bagno ed io aggiunsi un altro ciocco di legna al fuoco che crepitava diffondendo il suo calore. Ci infilammo finalmente sotto le lenzuola. Avevamo preso un’abitudine dormendo insieme. Prima di addormentarci, scambiavamo qualche osservazione sulla giornata o ci raccontavamo qualche aneddoto della nostra vita.
“Allora quando ti decidi a provarci con Tiziana?” mi chiese allegramente Andrea nella penombra della stanza illuminata dalle sole fiamme del camino.
Devo averlo fulminato con lo sguardo, perché si mise a ridere di gusto. “Non ho nessuna intenzione di frequentarla, né ora né mai” risposi lapidario.
“Non è una brutta ragazza” aggiunse lui.
Valutai la sua osservazione e quindi ammisi controvoglia: “Non ho detto questo. Anzi la trovo molto carina”.
“La stai conducendo in una strada senza sbocco” la risata gli si spense in gola, la sua affermazione era severa, senza mezzi termini.
“Non ho mai fatto niente per indurla a continuare o per incoraggiarla”.
“Ma non fai niente per frenarla”.
Chissà perché mi sentivo sotto accusa, come se un giudice severo mi stesse valutando per i miei comportamenti. “Non ho voglia di discuterne” conclusi, e per me sarebbe finita lì.
Lui si appoggiò sul gomito e si alzò voltandosi verso di me. Mi guardava fisso nel volto, le fiamme del camino si riflettevano nei suoi occhi scuri. “E invece ne dobbiamo parlare, Lorenzo. Così non può continuare”.
Lo guardai confuso. Forse aveva preso una cotta per Tiziana e avrebbe voluto che chiarissi la cosa per avere la strada spianata. Certo! Doveva essere così, non poteva che essere così. “Oh!” esclamai folgorato da questa spiegazione “non avevo capito che fossi interessato a lei. Se è così, la chiamo e le parlo domani. Scusami”.
Sorrise, però con una piega triste sulle belle labbra, poi si stese nuovamente sul cuscino. Il silenzio era piombato su di noi. Stavo per scusarmi ancora, quando lo sentii sbuffare sonoramente. “Non hai capito niente, Lorenzo. Non sono interessato a Tiziana”.
Voltai il capo verso di lui. Ero sempre più confuso. Si girò verso di me e vidi nuovamente le fiamme del camino riflesse nelle sue pupille. “E di te che sono interessato”.
BUM! Non poteva essere, stavo sognando? Mi sentivo nuovamente sospeso sul ponte di corda con Ardito. Presto sarei precipitato un’altra volta. Si alzò sul gomito e si avvicinò pericolosamente al mio volto. Pochi centimetri ci separavano. Non volevo precipitare nel vuoto, il solo pensiero mi faceva paura. Allungai la mano e catturai il suo braccio. Non so se fui io a tirarlo verso di me o se fu lui a fraintendere il mio gesto, ma mi ritrovai le sue labbra sulle mie e quando la sua lingua s’insinuò alla ricerca della mia, spalancai le labbra e ci baciammo con passione. Fu la nostra prima notte insieme. Dopo molte altre notti trascorse l’uno a fianco dell’altro, quella fu la prima in cui giacemmo l’uno con l’altro. Il mio amico Ardito è scomparso dai miei sogni. Non è più tornato a farmi compagnia. Forse perché la sua immagine incorporea si è finalmente incarnata nella figura del mio compagno che da cinque anni cammina al mio fianco nella vita e sui sentieri di montagna, accordando il passo con il mio, al ritmo degli inni degli scouts.
“Allora quando ti decidi a provarci con Tiziana?” mi chiese allegramente Andrea nella penombra della stanza illuminata dalle sole fiamme del camino.
Devo averlo fulminato con lo sguardo, perché si mise a ridere di gusto. “Non ho nessuna intenzione di frequentarla, né ora né mai” risposi lapidario.
“Non è una brutta ragazza” aggiunse lui.
Valutai la sua osservazione e quindi ammisi controvoglia: “Non ho detto questo. Anzi la trovo molto carina”.
“La stai conducendo in una strada senza sbocco” la risata gli si spense in gola, la sua affermazione era severa, senza mezzi termini.
“Non ho mai fatto niente per indurla a continuare o per incoraggiarla”.
“Ma non fai niente per frenarla”.
Chissà perché mi sentivo sotto accusa, come se un giudice severo mi stesse valutando per i miei comportamenti. “Non ho voglia di discuterne” conclusi, e per me sarebbe finita lì.
Lui si appoggiò sul gomito e si alzò voltandosi verso di me. Mi guardava fisso nel volto, le fiamme del camino si riflettevano nei suoi occhi scuri. “E invece ne dobbiamo parlare, Lorenzo. Così non può continuare”.
Lo guardai confuso. Forse aveva preso una cotta per Tiziana e avrebbe voluto che chiarissi la cosa per avere la strada spianata. Certo! Doveva essere così, non poteva che essere così. “Oh!” esclamai folgorato da questa spiegazione “non avevo capito che fossi interessato a lei. Se è così, la chiamo e le parlo domani. Scusami”.
Sorrise, però con una piega triste sulle belle labbra, poi si stese nuovamente sul cuscino. Il silenzio era piombato su di noi. Stavo per scusarmi ancora, quando lo sentii sbuffare sonoramente. “Non hai capito niente, Lorenzo. Non sono interessato a Tiziana”.
Voltai il capo verso di lui. Ero sempre più confuso. Si girò verso di me e vidi nuovamente le fiamme del camino riflesse nelle sue pupille. “E di te che sono interessato”.
BUM! Non poteva essere, stavo sognando? Mi sentivo nuovamente sospeso sul ponte di corda con Ardito. Presto sarei precipitato un’altra volta. Si alzò sul gomito e si avvicinò pericolosamente al mio volto. Pochi centimetri ci separavano. Non volevo precipitare nel vuoto, il solo pensiero mi faceva paura. Allungai la mano e catturai il suo braccio. Non so se fui io a tirarlo verso di me o se fu lui a fraintendere il mio gesto, ma mi ritrovai le sue labbra sulle mie e quando la sua lingua s’insinuò alla ricerca della mia, spalancai le labbra e ci baciammo con passione. Fu la nostra prima notte insieme. Dopo molte altre notti trascorse l’uno a fianco dell’altro, quella fu la prima in cui giacemmo l’uno con l’altro. Il mio amico Ardito è scomparso dai miei sogni. Non è più tornato a farmi compagnia. Forse perché la sua immagine incorporea si è finalmente incarnata nella figura del mio compagno che da cinque anni cammina al mio fianco nella vita e sui sentieri di montagna, accordando il passo con il mio, al ritmo degli inni degli scouts.
martedì 3 dicembre 2013
IL TOPO E IL LEONE
Mentre un leone dormiva nel bosco, i topi di campagna facevano baldoria. Uno di loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su quel corpo sdraiato. Povero disgraziato! Il leone con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo. Il topo supplicò clemenza: in cambio della libertà, gli sarebbe stato riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta scoppiò a ridere e lo lasciò andare.
Passarono pochi giorni ed egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza del piccolo topo. Cadde, infatti, nella trappola dei cacciatori e fu legato al tronco di un albero. Il topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo averlo restituito alla libertà, gli disse:
- Tempo fa hai riso di me perché credevi di non poter ricevere la ricompensa del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi, piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai grandi.
lunedì 2 dicembre 2013
SI EL HOMBRE PUDIERA DECIR LO QUE AMA
Se l'uomo potesse dire ciò che ama,
se l'uomo potesse levare al cielo il suo amore
come nube nella luce;
se come mura che crollano,
accogliendo la verità eretta in mezzo,
potesse abbattere il corpo,
lasciando solo la verità del suo amore,
la verità di se stesso,
che non è gloria, fortuna o ambizione,
ma amore o desiderio,
io sarei quel che immaginavo;
quel che con la lingua, gli occhi e le mani
proclama agli uomini la verità che ignorano,
la verità del suo amore vero.
se l'uomo potesse levare al cielo il suo amore
come nube nella luce;
se come mura che crollano,
accogliendo la verità eretta in mezzo,
potesse abbattere il corpo,
lasciando solo la verità del suo amore,
la verità di se stesso,
che non è gloria, fortuna o ambizione,
ma amore o desiderio,
io sarei quel che immaginavo;
quel che con la lingua, gli occhi e le mani
proclama agli uomini la verità che ignorano,
la verità del suo amore vero.
Libertà non conosco
se non quella d'esser prigioniero in qualcuno
di cui non posso udire il nome senza un brivido;
qualcuno per cui dimentico questa esistenza meschina,
con cui il giorno e la notte sono per me quel che vuole,
e il mio corpo e spirito navigano nel suo corpo e spirito
come legni perduti che il mare solleva o annega
liberamente, con la libertà dell'amore,
l'unica libertà che m'esalta,
l'unica libertà per cui muoio.
se non quella d'esser prigioniero in qualcuno
di cui non posso udire il nome senza un brivido;
qualcuno per cui dimentico questa esistenza meschina,
con cui il giorno e la notte sono per me quel che vuole,
e il mio corpo e spirito navigano nel suo corpo e spirito
come legni perduti che il mare solleva o annega
liberamente, con la libertà dell'amore,
l'unica libertà che m'esalta,
l'unica libertà per cui muoio.
Tu giustifichi la mia esistenza:
se non ti conosco, non ho vissuto;
se muoio senza conoscerti, non muoio, perchè non ho vissuto.
se non ti conosco, non ho vissuto;
se muoio senza conoscerti, non muoio, perchè non ho vissuto.
Luis Cernuda
Si el hombre pudiera decir lo que ama,
si el hombre pudiera levantar su amor por el cielo
como una nube en la luz;
si como muros que se derrumban,
para saludar la verdad erguida en medio,
pudiera derrumbar su cuerpo,
dejando sólo la verdad de su amor,
la verdad de sí mismo,
que no se llama gloria, fortuna o ambición,
sino amor o deseo,
yo sería aquel que imaginaba;
aquel que con su lengua, sus ojos y sus manos
proclama ante los hombres la verdad ignorada,
la verdad de su amor verdadero.
Libertad no conozco sino la libertad de estar preso en alguien
cuyo nombre no puedo oír sin escalofrío;
alguien por quien me olvido de esta existencia mezquina
por quien el día y la noche son para mí lo que quiera,
y mi cuerpo y espíritu flotan en su cuerpo y espíritu
como leños perdidos que el mar anega o levanta
libremente, con la libertad del amor,
la única libertad que me exalta,
la única libertad por que muero.
Tú justificas mi existencia:
si no te conozco, no he vivido;
si muero sin conocerte, no muero, porque no he vivido.
domenica 1 dicembre 2013
VERSO IL NATALE
I DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». (Mt. 24, 37-44)
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». (Mt. 24, 37-44)
Questo testo non fa parte di quelli che si scelgono deliberatamente per trovarvi un conforto e risollevarsi il morale. Eppure la Chiesa mette un tale ostacolo all’inizio dell’anno liturgico. Si tratta di abbandonare il trantran, le abitudini, le usanze, di convertirsi e ripartire da zero. Al di là della gioiosa novella del Vangelo che annuncia la venuta redentrice di Dio, si dimentica e si respinge facilmente l’eventualità del giudizio, anche se non la si contesta assolutamente “in teoria”. È il pericolo che corrono i discepoli di tutte le epoche. Se non si aspetta ogni giorno la sentenza di Dio, non si tarda a vivere come se non esistesse giudizio. Di fronte ad una tale minaccia, nessuno può prendere come scusa lo stile di vita “degli altri”: nessuno può trincerarsi dietro agli altri per sottrarsi al pericolo di essere dimenticato dal Signore. Salvezza e giudizio sono affini uno all’altro, ci scuotono nel bel mezzo della nostra vita: sia nel momento delle grandi catastrofi (la grande inondazione è qui evocata) sia nel corso del lavoro quotidiano nei campi o in casa. Uno è preso, trova scampo, è salvato; un altro è abbandonato. Ma non essere tratti d’impiccio non dipende chiaramente dal beneplacito degli altri. È l’uomo stesso che ha nelle sue mani la propria salvezza o la propria perdizione. Ecco perché, come spesso nel Vangelo, questo brano si conclude con un appello alla vigilanza.
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